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Da alcuni decenni gli scienziati di tutto il mondo studiano in che modo il cibo possa rappresentare una dipendenza per gli esseri umani.

Alla base delle prime ricerche, risalenti agli anni ’60, vi fu la constatazione del crescente numero di persone obese che si riscontrano, in particolare, nei paesi più ricchi, laddove la disponibilità di cibo è molto grande e variegata.

In particolare, a partire dai primi anni 2000 la ricerca su questa dipendenza sembra essersi orientata su alcuni cibi: in particolare lo zucchero, ma anche il sale e i grassi. L’assunzione massiccia di tali ingredienti porta ad ingrassare e facilita l’insorgere di malattie cardiovascolari; tuttavia, numerosi ricercatori ritengono che in particolare gli zuccheri possano provocare una dipendenza psicologica, agendo sulla dopamina, un neurotrasmettitore che, se stimolato, genera un senso di allegria e gioia. In questo senso, numerosi esperimenti sono stati effettuati sugli animali: in particolare, esperimenti realizzati sui ratti hanno confermato tale ipotesi, arrivando a sostenere che lo zucchero ha un effetto ancora più forte della cocaina e di altre droghe sui neurotrasmettitori. E’ allo studio degli scienziati, non ancora universalmente accettato, che anche sugli esseri umani l’incidenza dello zucchero sia così importante.

Nel 2014 il giornalista Michael Moss, già premio Pulitzer ed autore di numerose e rigorose pubblicazioni, ha sconvolto l’opinione pubblica con il suo volume “Grassi, dolci, salati”: in questo libro, frutto di accurate ricerche, Moss sostiene che le grandi aziende dell’industria alimentare (in particolare si riferisce agli Stati Uniti) usino ormai da anni di proposito tipologie particolari, lavorate accuratamente in laboratorio, di zuccheri, sale e grassi nei cibi che producono (e che vengono quotidianamente acquistati da milioni di persone): in particolare, le aziende lavorano tali ingredienti per renderli il più possibili appetibili al nostro gusto, arrivando a svolgere esperimenti per comprendere come attivare, con il loro cibi, il più possibile la dopamina nel cervello del consumatore. A quanto pare, in alcuni casi si fa uso di uno zucchero che ha quasi 200 volte il potere dolcificante dello zucchero canonico. In altri casi, a seguito delle pressioni politiche e dell’opinione pubblica di diminuire le quantità dei tre ingredienti suddetti, si diminuiscono le quantità, ma si usa un tipo di ingrediente più “potente”, che svolge ugualmente il suo lavoro di stimolazione cerebrale: è il caso ad esempio del sale fine.

Negli Stati Uniti, l’obesità colpisce una persona su tre! Si tratta di un numero clamoroso, che non dipende soltanto da “quanto” cibo si assume ogni giorno, ma da quale cibo. La forte frequentazione di fast food, la tendenza statunitense a vendere cibi quasi esclusivamente già confezionati, dunque già trattati dalle aziende con ingredienti particolari (come detto), determina non solo un apporto calorico alto e nocivo per la salute, ma anche effetti di dipendenza. Lo zucchero, il sale, i grassi utilizzati in quei cibi generano dipendenza psicologica e fisica. Addirittura, le grandi catene di fast food cercano di attrarre i bambini attraverso attenzioni rivolte alla presentazione (scenograficamente accattivante per i bambini, con favole, personaggi dei cartoni animati, supereroi) dei loro prodotti e delle sale dei loro locali, per abituarli, sin da piccoli, all’assunzione di tali sostanze.

Uno studio dell’American Heart Association, invece, consiglia addirittura di non dare zucchero ai bambini almeno fino a due anni di età: infatti, lo zucchero abitua le papille gustative ad apprezzare cibi dolci e molto appetitosi, spingendo i bambini, di conseguenza, a rifiutare verdure e frutta.

Quello che accade ai bambini, in realtà, vale anche per i ragazzi e per gli adulti: è la società stessa che tende a proporre cibi molto saporiti (talvolta consapevolmente, come avviene per alcune aziende alimentari) e il nostro gusto, l’organismo e la mente si stanno assuefacendo a tale standard. L’obesità, ma anche malattie come il “diabete di tipo 2”, aumentano sempre più, ogni anno.

Cibi spazzatura dei fast-food, cibi particolarmente trattati delle grandi catene alimentari, ma anche mangiare cibi molto saporiti spesso non solo viziano gli esseri umani, ma conducono a dipendenza e a malattie fisiche gravi.

Bisognerebbe ricordarsi che in Italia (in particolare in Cilento, in provincia di Salerno) è nata la “Dieta Mediterranea”, che propone un tipo di alimentazione sana, basata su una piramide alimentare e un uso diversificato dei cibi (quelli da consumare più spesso sono le verdure) e che ha come conseguenza la longevità delle persone che la seguono: in Cilento, sono tanti gli ultracentenari. Invece, “Mangiare male è la prima causa di morte prematura nel mondo”, secondo un maxi-studio condotto dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (Imhe), che ha analizzato i dati raccolti in 188 Paesi dal 1990 al 2013. Secondo i dati forniti dalla ricerca, nel 2013 ben 11,3 milioni di decessi sono da addebitare a una dieta scorretta.

Michele Piastrella

Da circa metà febbraio la Regione Toscana ha lanciato la campagna “Quando la vita è un gioco è in gioco la vita” contro il gioco d’azzardo patologico (Gap), visibile sui social, sui giornali, sui mezzi pubblici della città e ascoltabile alla radio. Un uomo e una donna ipnotizzati dalle slot sono l’immagina della campagna che mette a disposizione anche un numero verde per chi crede di avere perso il controllo sulla propria voglia di giocare. Già nel luglio 2018 la Regione aveva dato il via al Piano regionale di contrasto al gioco d’azzardo, finanziato con 3.158.995 euro dal Ministero della Salute, che ha come obiettivo non solo la continuità nel supporto per le persone con problemi di Gap, ma anche l’intervento sulle cause, sia sociali e culturali, che possono promuovere il fenomeno, lavorando soprattutto sulla prevenzione. E’ infatti emerso durante il convegno “Non t’azzardare eh! Confronti e dialoghi per lo sviluppo di politiche di contrasto e prevenzione del Disturbo da gioco d’azzardo (DGA)” tenutosi il 27 febbraio a Firenze e promosso da Anci Toscana e Regione Toscana, che gli interventi di riduzione del danno (tra cui l’autoesclusione, i messaggi pop-up, la rimozione degli ATM o la limitazione alla vincita e alla scommessa massima), sembrano avere un riscontro più forte, in termini di contrasto al DGA, rispetto alle strategie di riduzione dell’offerta di gioco (limitazione agli orari di apertura o al numero di videolotterie e slot machine presenti sul territorio e nei pressi di luoghi sensibili) e a quelle di riduzione della domanda (prevenzione su target specifici, età legale ecc.). La fascia dei giovanissimi e giovani, tra i 15 e i 25 è la più a rischio, con una percentuale del 6-7% più alta rispetto all’intera popolazione, nella manifestazione di comportamenti problematici legati al gioco. Per fortuna I dati ci dicono che dal 2008 a oggi, benché il gioco d’azzardo sia aumentato in tutta Italia, vedono anche nella Regione Toscana una riduzione nella percentuale dei comportamenti problematici, proprio nella fascia degli adolescenti. Comunque ai ragazzi il gioco d’azzardo piace, infatti in base ai dati EDIT (ricerca giunta alla 5° edizione) e diffusi dalla Agenzia Regionale di Sanità, nel 2018 4 studenti su 10 riferiscono di aver giocato: il 70% di questi sono minorenni. I maschi giocano quasi il doppio rispetto alle femmine (53,4% vs. 29,5%) preferendo le scommesse sportive, mentre le ragazze prediligono i gratta e vinci. Giocano prevalentemente nelle ricevitorie, sale slot e nei bar (90,1%), il 17,7 gioca online, mentre il 45, 4% gioca in case case private (giochi di carte). L’8% dei giovani giocatori ha speso in un mese tra gli 11 e i 30 euro per giocare, mentre l’1,8 oltre 50 euro.

Vi lasciamo con il numero verde messo a disposizione dalla campagna: 800 88 15 15.

Perché quando il gioco diventa un problema bisogna parlarne con degli esperti.

Note:
http://www.toscana-notizie.it/-/gioco-d-azzardo-patologico-una-campagna-della-regione-e-un-numero-verde
http://www.regione.toscana.it/-/gioco-d-azzardo-patologico-gap-;jsessionid=9DC1366358AC19688BD56DF2071CB4C3.web-rt-as01-p2
http://www.toscana-notizie.it/-/ludopatia-approvato-dalla-giunta-il-logo-no-slot
https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4033-comportamenti-alla-guida-e-stili-di-vita-a-rischio-nei-ragazzi-in-toscana.html

Lo sport, si sa, è una sana abitudine ed è foriero di straordinari valori e benefici; lo spirito di sacrificio, il volersi migliorare, il rispetto dell’avversario, il gioco di squadra… sono solo alcune delle virtù che lo sport, palestra di vita, inculca in chi lo pratica.
Tuttavia, anche l’esercizio fisico può diventare una schiavitù e generare dipendenze, non meno gravi di quelle da sostanze stupefacenti. Vediamo come.

I disturbi alimentari
E’ ben noto il dramma dei disturbi alimentari, come l’anoressia e la bulimia, che affliggono centinaia di migliaia di persone (soprattutto donne, ma anche uomini) nel mondo; chi ne è affetto, solitamente, insegue un ideale di bellezza estetica che consiste nell’estrema magrezza e tende a mangiare sempre di meno e a trarre un’insana gratificazione dal contemplare le ossa e il progressivo dimagrimento del proprio corpo. Tali patologie, negli ultimi anni, hanno avuto un’impennata di casi, in parte conseguente all’esplosione dei social network: l’ideale della magrezza è fomentato da milioni di immagini di ragazze longilinee che, ogni giorno, invadono instagram e gli altri social. Tuttavia, da qualche anno a questa parte si registra una patologia in qualche modo opposta, che pure sta prendendo maggiormente piede grazie al volano fornito dai social network.

La Vigoressia
Si chiama “Vigoressia”, o “bigoressia”, può anche essere chiamata “anoressia riversa” o “dismorfia muscolare”, e riguarda quelle persone che inseguono l’ideale di un corpo atletico e muscoloso, a tutti i costi, finendo con l’alimentarsi in modo esagerato o non equilibrato e, spesso, con l’utilizzare sostanze dopanti per gonfiare il proprio fisico. Come si vede, tale patologia riunisce una serie di abitudini tipiche degli ultimi decenni: l’attenzione crescente per l’attività fisica (in sé una sana abitudine), il bisogno di apparire belli e desiderabili (che tende a soverchiare quello di essere se stessi), l’influenza determinata dai social network (in cui si mettono in vetrina uomini e donne dai fisici statuari, pieni di muscoli o, rifiniti in ogni angolo del proprio corpo). A tali abitudini, se ne aggiunge un’altra, che rientra nel campo dell’illegalità e che, purtroppo, è molto meno stigmatizzata di quanto si pensi: l’utilizzo di sostanze dopanti.
Ci sono diverse tipologie di vigoressia, in quanto diverse sono le tipologie di persone che ricadono in questa definizione.
Tra i più colpiti sono sicuramente i culturisti, che talvolta inseguono in maniera smodata la dieta perfetta (ipocalorica e iperproteica) che li aiuti a mettere su massa magra e non grassa e che, per questo motivo, in qualche caso arrivano a nutrirsi anche 7-8 volte al giorno in maniera smodata e dannosa per la salute.

Sintomi e conseguenze
I vigoressici tendono a vedersi troppo magri e piccoli, anche quando oggettivamente sono molto ben piazzati. Può generarsi in costoro una vera e propria dipendenza, che trae stimolo dalla visione dei progressi che si fanno con ore e ore di sacrificio in palestra e di alimentazione “particolare”: ma il vigoressico, dalle stesse cose trae anche continua insoddisfazione e volontà di andare sempre oltre, superando di volta in volta i propri limiti. In questo senso, la vigoressia è anche assimilabile alla “dismorfofobia”, definita dal noto psicologo Emanuel Mian come “una fobia che nasce da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore, causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea”. Sul nostro giornale, abbiamo già trattato in più articoli di questa patologia, spesso amplificata dai social networks.
La persona affetta da vigoressia tende a sacrificare tutto, in nome della sua passione: va in palestra quattro, anche cinque volte a settimana. Mangia, come detto, anche 7-8 volte al giorno, occupandosi anche di comprare ingredienti precisi e di cucinarli. Si guarda continuamente allo specchio, sentendosi continuamente insoddisfatto, di cattivo umore. Comincia a sottovalutare e a trascurare i propri impegni lavorativi, gli amici, fidanzata/partner/coniuge. Alla base di tale comportamento può esserci una scarsa stima di se stessi, che spinge la persona a ricercare l’approvazione e l’ammirazione degli altri tramite il miglioramento del proprio aspetto fisico. Tuttavia, poco alla volta la persona vigoressica tende a trascurare anche il/la partner o comunque le persone che era interessato a colpire all’inizio, richiudendosi in se stesso e inseguendo un ideale che diventa sempre più mera, meccanica ripetizione di azioni volte a risultati tanto eclatanti, quanto effimeri e via via generanti ulteriore insoddisfazione. Come per tutte le dipendenze, chi è affetto da vigoressia poco alla volta fa terra bruciata di tutti gli altri interessi, passioni, attività della sua vita e di tutte le persone che lo circondono, ritrovandosi da solo con la propria fissazione.
I più esposti a tale patologia sono senza dubbio i ragazzi, che vivono la difficile età del cambiamento fisico e, anche, dell’inizio delle relazioni sociali esterne alla famiglia e che, contemporaneamente, sono bombardati dai profili social di persone muscolose o atletiche. Non solo uomini, ma anche donne, visto il crescente interesse di queste ultime per il fitness e per culturismo vero e proprio e il sempre alto interesse mantenuto per la forma fisica perfetta.

Prevenzione e cura
Cosa fare per prevenire e combattere tale fenomeno? Sicuramente, le famiglie, la scuola e anche gli istruttori di fitness dovrebbero il più possibile illustrare i valori positivi dell’esercizio fisico, ma anche i pericoli che si nascondono nel perseguire esageratamente un ideale estetico. Per aiutare chi è già caduto in una dipendenza di questo tipo, è necessario ricorrere a psicologi esperti e far seguire, attraverso la psicoterapia, la persona. Il vantaggio, in questo caso, sta nel fatto che la persona non dovrà abbandonare completamente lo sport che pratica e gli allenamenti, ma imparare a riportarli nella loro giusta dimensione.
Lo sport, l’attività fisica rimangono un grande valore!
Michele Piastrella

Sembrava potesse attuarsi un importante inasprimento delle norme, in riferimento alla cattiva e pericolosa abitudine di utilizzare il cellulare mentre si guida. Da mesi si parlava di un possibile inasprimento delle sanzioni per chi fosse beccato a utilizzare il cellulare, attraverso la modifica dell’articolo 173 del Codice della Strada. Il Governo aveva ipotizzato di punire il guidatore, sorpreso al cellulare, con la sospensione della licenza di guida da 1 a 3 mesi alla prima infrazione e da 2 a 6 mesi in caso di seconda infrazione.

Tuttavia, tale “giro di vite” sulle sanzioni non c’è stato. Dunque, è ancora in vigore la vecchia normativa, che prevede quanto segue: una multa da 161 a 647 euro (a seconda dei casi, sarà il giudice a valutare) e la decurtazione di 5 punti dalla patente. Solo in caso di recidiva, l’automobilista può essere punito con la sospensione della licenza di guida da 1 a 3 mesi.

Senza dubbio, la decisione di non inasprire le pene è quantomeno discutibile. In base a studi dell’ACI, tre incidenti su quattro risultano provocati da “distrazioni alla guida”, e tali distrazioni risultano nella maggior parte dei casi essere provocate dall’uso dei telefonini. Le nuove pene, se chiaramente accompagnate da un maggiore controllo e pattugliamento delle strade da parte delle forze dell’ordine, avrebbero potuto fungere da deterrente ed evitare parte dei sinistri.

Esistono sistemi e tecnologie, oggi, che ci consentono di utilizzare comunque il cellulare senza prenderlo tra le mani e distrarsi. Stiamo parlando, ad esempio, degli auricolari. Tuttavia, l’attuale normativa differenzia tra sistemi leciti e non: ad esempio, non è consentito l’uso di auricolari doppi, sistemati in entrambe le orecchie, perchè almeno uno dei due orecchi deve poter sentire i rumori della strada.

Aggiungiamo noi quello che è probabilmente il sistema migliore, che è possibile innestare su alcuni veicoli di recente produzione: collegare il cellulare con il bluetooth all’autoradio, e utilizzare i comandi vocali per accettare o rifiutare la chiamata, per ascoltare e addirittura rispondere a messaggi, senza mai spostare le mani dal volante.

 

Si chiamano “Cat”, acronimo di “Club Alcologici Territoriali”, e in Italia ve ne sono oltre 2.000.

Rappresentano una grande soluzione al dramma dell’alcolismo, un fenomeno che in Italia coinvolge centinaia di migliaia di persone. In base ai dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istat, nel 2016, addirittura il numero dei cosiddetti “bevitori a rischio” (o “bevitori problematici”, che potrebbero diventare alcolisti) sfiora gli 8 milioni, mentre sono oltre 700mila i bevitori “pesanti” (che consumano quantità di alcol ben superiore a quanto l’organismo possa sopportare). I CAT possono dare una risposta a questo enorme problema sociale, potendo aiutare almeno gli alcolisti che, con scelta cosciente, riconoscano il problema e intendano uscire dal tunnel.

I Club Alcologici Territoriali sono radicati in maniera capillare sul territorio italiano, organizzati in associazioni regionali (dette “Arcat”), che coordinano i club locali.  Si tratta di una metodologia di intervento efficiente ed innovativa, che si basa sulle ricerche di un noto psichiatra croato, Vladimir Hudolin.

La metodologia di Hudolin, messa a punto nella Jugoslavia negli anni ’60, è detta “approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi”. Lo psichiatra croato, infatti, considerò l’alcolismo non come un problema esclusivamente personale del bevitore, ma come uno stile di vita che è il risultato delle influenze, dei comportamenti e delle abitudini della famiglia in cui vive e della società tutta.

Per combattere uno stile di vita che non è esclusivamente personale, Hudolin mette a punto i “club”: si tratta di gruppi di massimo 12 famiglie, ciascuna delle quali vive al suo interno il dramma dell’alcolismo, che si riuniscono regolarmente per aiutarsi e sostenersi nella ricerca di uno stile di vita sobrio. Alle riunioni partecipano, dunque, l’alcolista che cerca di rimanere sobrio e i suoi familiari, che fanno di tutto per coadiuvare i suoi sforzi e creare un ambiente familiare favorevole alla sobrietà.

Perchè tutto questo? La famiglia in cui vive una persona alcoldipendente (che cerca di disintossicarsi) deve assolutamente adottare alcuni comportamenti particolari, per impedire la ricaduta: ad esempio, eliminare completamente ogni traccia di alcol dalla casa. Anche la minima traccia di alcol, anche il liquore contenuto in un cioccolatino, infatti, può far ricadere nel baratro l’ex alcolista, il cui organismo è incredibilmente allenato e fine nel riconoscere le sostanze alcoliche. Dunque, ci vuole un vero e proprio cambiamento negli stili di vita della famiglia, che poco alla volta, grazie alla frequentazione dei club, matura tali scelte.

“Cambiamento” è la parola chiave del metodo Hudolin. Per lo psichiatra croato, infatti, a cambiare non deve essere solo la famiglia, ma la società. Hudolin perfezionò le sue teorie e metodologie di intervento sino al 1996, anno della sua scomparsa. Tuttavia, le sue teorie risultano profetiche e quanto mai attuali in un’epoca, la nostra, che vede l’affermazione dello sballo e delle sostanze come stile di vita, soprattutto tra i giovani.

In un clima sociale degradato, in cui l’unica forma di divertimento sembra essere la fuga da se stessi attraverso l’uso di sostanze psicoattive, capaci di modificare le percezioni sensoriali, l’aspirazione di Hudolin a una felicità personale, familiare e della società attraverso la sobrietà rappresenta un obiettivo importantissimo.

Come già Hudolin evidenziava e come oggi fanno gli operatori, che lavorano nei CAT di tutta Italia, la società influenza enormemente gli stili di vita. Basti pensare alle centinaia di milioni di euro che vengono spesi ogni anno in pubblicità di alcolici (vere e proprie droghe, legali per i maggiorenni) che martellano tutti i giorni telespettatori ed internauti.

Oggi coraggiosamente i CAT non solo cercano di recuperare alla vita migliaia di alcolisti, ma si sforzano di portare avanti l’ideale della sobrietà e, anche, di promuovere le alternative “sobrie” al divertimento “tossico”.

I Club si riuniscono settimanalmente; a coordinare le famiglie c’è un facilitatore, che di volta in volta dà la parola agli alcolisti e/o ai familiari di quest’ultimo. Sono proprio le testimonianze di altri alcolisti, che magari sono un po’ più avanti sulla strada della sobrietà, ad aiutare la persona alcoldipendente che si affaccia in un club. Si accede ai club, solitamente, dopo una prima disintossicazione che avviene attraverso i Servizi Territoriali (SERT); sono proprio i medici dei SERT ad inviare la persona seguita ai CAT, quando vedono in lei la volontà di abbandonare definitivamente la bottiglia.

Prerequisito per la partecipazione ai Club, infatti, è il mantenimento della sobrietà; i familiari dell’astinente sono aiutati, a loro volta, dalle testimonianze dei familiari di altri astinenti, ascoltate nelle riunioni settimanali dei club.

L’unione fa la forza; il bevitore diventa poco alla volta ex bevitore quando sente attorno a sé il supporto della sua famiglia e si immedesima nelle storie di vita degli altri bevitori e delle altre famiglie, che lottano per lo stesso risultato. Il tipo di supporto tipico dei centri di auto mutuo aiuto, dunque, viene nel caso dei CAT amplificato dalla partecipazione anche dei familiari.

Se dunque sei un alcolista che intende smettere, e ha già iniziato un percorso di disintossicazione presso un SERT, o, semplicemente, sta già provando autonomamente ad abbandonare la bottiglia, puoi ottenere un enorme supporto ed aiuto attraverso la frequentazione del Club Alcologico Territoriale più vicino a casa tua.

A questo link, troverai i contatti telefonici ed email delle associazioni regionali (ARCAT), che poi ti indirizzeranno al Club più vicino alla zona in cui abiti.

Michele Piastrella

 

Gli studi recenti sugli effetti psicologici del noto social network 

Siamo sul sito giusto per parlare di quanto sia difficile cambiare la proprie abitudini. Se queste poi, sono dipendenze vere e proprie, il discorso si complica ulteriormente. Possiamo capire, però, quali possano essere i benefici fisici immediati, dati dal troncare col tabacco o con l’alcool, o quelli economici, per chi si libera dalla schiavitù del gioco d’azzardo patologico.

Ora, grazie allo studio dei ricercatori dell’Università di Stanford di New York, possiamo farci un’idea di quanto sia impattante sulla nostra vita, dal punto di vista psicologico, non un addio, ma una bella pausa dal noto social network Facebook: un sito che conta 2,3 miliardi di utenti, attivi mensilmente, sparsi per il mondo (dati Fb 2016) che usano di media il social network (e le piattaforme ad esso collegate come Instagram e Messenger), circa 50 minuti al giorno (dati Fb 2018).

Lo studio, “The Welfare Effects of Social Media” pubblicato alla fine di gennaio 2019, sul sito Social Science Research Network, vuole offrire una valutazione “sugli effetti di facebook sulla salute, concentrandosi sugli elettori americani, nel periodo precedente alle elezioni di midterm del 2018”, come è possibile leggere nell’abstract.

Hanno chiesto a 2844 utenti di Facebook di disattivare il proprio account per un mese e studiato le conseguenze di questa scelta sulla loro vita.
I risultati sono interessanti. Uno, prevedibile, è che il distacco dalla nota piattaforma induca gli utenti ad usare meno i social media ed a fare più attività offline, come per esempio socializzare di con amici o con i propri familiari. Altrettanto intuibile il fatto che mettere in standby Facebook, ci renda meno informati sulle notizie e sulla politica: ma attenzione, anche meno faziosi nei nostri punti di vista sui fatti.

Dal punto di vista della salute psicologica lo studio indica che non usare Fb, produce degli effetti positivi come: sentirsi più felici e soddisfatti e ridurre gli stati d’animo depressivi e l’ansia.

Se consideriamo anche lo studio del 2014 condotto dai ricercatori della Princeton University, teso a dimostrare che anche su Fb si possa essere oggetto di “contagio emotivo”, ovvero che le emozioni positive o negative possano diffondersi tra le persone anche attraverso i social media, possiamo affermare che quest’ultimi hanno sempre più il controllo della nostra felicità. Lo studio infatti dimostra che “quando le espressioni positive vengono ridotte, la gente produce meno post positivi e più negativi e viceversa e che non servono interazioni di persona o segnali non verbali per determinare il contagio emotivo” .
Altri studi nell’ambito delle neuroscienze dimostrano che una zona del nostro cervello, il nucleus accumbens, che processa le sensazioni di gratificazione legate al cibo, al sesso, ai soldi e al successo in società, diviene particolarmente attiva quando veniamo elogiati, quando ci vengono fatti dei complimenti. Si chiedono i neuroscienziati se “questi risultati possano suggerire che I like su facebook, possano dare dipendenza” Benché l’attivazione dell’area cerebrale – da sola – non possa indicare una vera e propria dipendenza, è certo che tutte le dipendenze attivano il nucleus accumbens ed è quindi intuibile che per qualcuno ci siano tutti gli elementi diventare dipendente alle “adulazioni” su Fb.

Il cervello ama predire le ricompense e cerca di individuare uno schema di gratificazione: se i premi sono assegnati in maniera casuale, come avviene per i like o i complimenti su Fb, il cervello tende a ricercare comunque uno schema ed a maturare una dipendenza. I ricercatori della Freie Universität di Berlino, che hanno condotto lo studio nel 2013, dichiaravano : “La nostra ricerca è un buon primo passo nell’individuare il collegamento neurobiologico tra la dipendenza da social media e l’attività delle ricompense del cervello”(Dar Meshi).

Quando parliamo di social network, d’ora in avanti potremo permetterci di definire “drogato”, colui che tra in nostri amici e conoscenti fa un grande uso di Facebook, senza sentirci eccessivi!

Fonti:

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“DIGITAL DETOX”, “FOMO” E “DISMORFOFOBIA”,

le nuove parole ispirate dai social.

Articolo di Sabrina D’Avolio

Se siete dismorfofobici, un po’ schiavi dei selfie ed affetti da F.O.M.O., allora avete proprio bisogno di un Digital Detox. Sembra tutto molto incomprensibile, parole che fanno pensare più al gergo giovanile, a qualche tendenza americana forse o una rara malattia, se si analizza la prima.

In realtà, si tratta di espressioni che nascondono mondi “fatti di tanto online”, ambienti virtuali divenuti per alcuni la “seconda vita”, spazi che si possono tenere sotto controllo, non soggetti all’imprevedibilità degli accadimenti quotidiani, ma soggetti alla pericolosa imprevedibilità delle dita delle persone.

Da questa vita parallela è difficile staccarsi e per chi soffre di F.O.M.O. (Fear Of Missing Out) lo è ancora di più. Viene definita paura di perdersi qualcosa durante la nostra assenza, chiamata anche ansia da distacco da social network o timore di essere esclusi dalla community. Le persone che soffrono di F.O.M.O. sono costantemente preoccupate dal fatto che amici e contatti stiano vivendo esperienze o momenti migliori dei propri, monitorano con ansia il telefono, cercano di postare quantitativi considerevoli di foto per certificare la propria presenza nel mondo social e, solitamente, sembrano avere bassa autostima ed essere altamente insoddisfatte del proprio tenore di vita. Esiste un sito internet, ratemyfomo.com, che propone la partecipazione ad un test di misurazione del proprio livello di ansia personale, a dimostrazione del fatto che le inquietudini frutto del nostro pensiero continuano a crescere e diversificarsi.

Ma la F.O.M.O. non è l’unica angoscia dei tempi moderni legata alle dipendenze da social network, esiste anche la dismorfofobia, o disturbo da dismorfismo corporeo, cioè l’ossessione di apparire come persone piene di difetti. L’Istituto di Terapia Comportamentale di Padova definisce questa paura come “Un disturbo dello spettro ossessivo-compulsivo la cui caratteristica distintiva é il focus sull’apparenza estetica. E’ caratterizzato da pensieri intrusivi che provocano disagio, connessi ad uno o più difetti fisici” (itcc.it). Spesso, gli individui che ne soffrono, si sottopongono a trattamenti di chirurgia estetica, illudendosi così di porre fine a pensieri negativi e sofferenze, ma la novità degli ultimi anni verificatasi in tale ambito sembra essere la crescente richiesta di somigliare al proprio selfie “photoshoppato”, ovvero “corretto” dall’applicazione dei filtri preferiti. La perfezione fisica, insomma, sembra essere uno degli obiettivi della nostra attuale “società della prestazione”. La Presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza Maura Manca, spiega infatti che “Due adolescenti su 10 ricorrerebbero sempre alla chirurgia plastica per essere più belli: il 79,5% sono femmine. Un adolescente su 10, inoltre, ha già fatto trattamenti estetici, dimagranti ed anticellulite”.

Se anche voi lettori vi sentite strozzati da ansie e turbamenti dovuti ad uno stato di dipendenza da social media e da problemi correlati, é ora di prendervi il meritato Digital Detox, una disintossicazione digitale, una pausa, un distacco totale da monitor e tastiere. Dovrete però smettere di pubblicare foto e selfie, di raccontare emozioni e pensieri al mondo, mettere a tacere notifiche ed e-mail, dimenticarvi storici ed irripetibili record raggiunti dopo tanti sforzi al vostro gioco preferito. Avvisate chi vi reclamerebbe della vostra imminente e prolungata irreperibilità online, spegnete i dispositivi e raccontateci, poi, cosa avete fatto…

C’è un fenomeno, in sociologia, che prende il nome di “accelerazione del mutamento”: le innovazioni tecnologiche della nostra epoca sono sempre più rapide, generando cambiamenti nelle abitudini di miliardi di persone. Sui binari di questo cambiamento viaggiamo tutti, ma a velocità diverse, a seconda dell’età, della cultura, della conoscenza degli strumenti tecnologici, del luogo in cui viviamo e così via.

Tutto questo, dunque, vale anche per le buone e cattive abitudini: esse sono cambiate e soggette a mutamenti continui.  Per fare volontariato, ad esempio, esistono app che ricercano ragazzi in una determinata area e li reclutano per attività meritorie, come mense dei poveri o accompagnamento di diversamente abili. Per procurarsi droghe, d’altronde, esistono canali di telegram dedicati, divisi per aree geografiche. Oppure, con modalità semplicissime, i ragazzi possono scambiarsi in un secondo informazioni circa i bar e i locali che vendono alcolici anche ai minorenni, o addirittura tali bar possono contattare potenziali clienti tra i minori.

In un mondo che accelera sempre di più, i pericoli (e i comportamenti virtuosi) sono sempre più vicini, sempre più a portata di mano (e di click). Oggi, come ieri, è necessario svolgere un’attività di sensibilizzazione contro l’utilizzo di sostanze: conoscere i danni, i disastri fisici e psicologici a cui si va incontro abusando di droghe, alcool, giocando in maniera compulsiva. Ed è importante conoscere i modi, vecchi e nuovi, per chiedere aiuto, conoscere le nuove sostanze (purtroppo ce ne sono tante), i nuovi comportamenti a rischio.

Ci sono modalità che diremmo “sorprendenti” (in negativo) per cadere nella trappola dei comportamenti a rischio: ad esempio, giocare on line alla playstation e acquistare “poteri” con soldi reali in maniere dubbie. Tutti questi fenomeni necessitano di approfondimenti.

Come curatori di questa testata, al centro di queste tematiche (che appaiono in parte molto “tecnologiche”) vogliamo mettere sempre l’uomo, in particolare il giovane. Il mondo cambia, ma il bisogno di felicità del giovane, le delusioni, le sofferenze, le angosce sono sentimenti sempre uguali.  Dunque l’obiettivo di questo giornale on line è non solo informare e mettere in guardia dai pericoli, ma anche fornire testimonianze positive (ad esempio da parte di persone che sono venute fuori dal tunnel di una dipendenza), suggerimenti su cose belle da fare, moderne ed innovative, coinvolgenti ed appunto giovani. Il fascino delle cose belle, profonde, che riempiono la vita è spesso sottovalutato: è anche per questo che, talvolta, trionfa il fascino del male, dei comportamenti a rischio ed estremi.

I ragazzi sono sempre molto attratti dalle parole ed opinioni dei loro coetanei, oggi più di ieri, visto che è sempre più difficile conoscere i luoghi e le situazioni, reali e virtuali, in cui la loro vita si svolge. Per questo, molti articoli, servizi, inchieste, saranno scritti da ragazzi stessi, con contenuti più “vicini” e comprensibili per i giovani lettori.

In conclusione, su questo giornale pubblicheremo tutto quello che, a nostro parere, è necessario divulgare per formare, informare, aiutare, supportare, divertire, intrattenere i ragazzi, convinti che costoro sono il fondamento della nostra società.  Queste notizie, dunque, sono per noi le più importanti in assoluto, perché posso cambiare la vita di giovani che hanno imboccato (o possono imboccare) strade rischiose; o cambiare la vita di giovani che, come spesso accade, sembrano essersi ripiegati su se stessi e sui loro cellulari e aver smarrito la strada della loro libertà ed indipendenza interiore, l’unica che può condurli alla felicità

Le notizie della nostra testata, “Primapagina.org”, mirano a formare giovani in-dipendenti, che non distruggano la loro vita con l’abuso di sostanze, ma anche che non l’appiattiscano nella mediocrità di uno schermo sempre uguale a se stesso.

Sono notizie che, per noi, dovrebbero essere inserite in prima pagina delle maggiori testate nazionali. E’ per questo che la nostra testata si chiama proprio “Prima Pagina”.

Michele Piastrella – direttore responsabile Primapagina.org

È ormai lontana la figura del tossico degli anni Settanta e Ottanta, costretto all’eterno vagabondare nella ricerca del primo pusher; si acquista sul web, e sempre meno in piazza.
I nuovi consumatori non si identificano più con la figura dell’alcolista o del tossico tipico dell’immaginario; sono distanti dall’associare le conseguenze cliniche derivanti dal consumo allo stato di degrado e di emarginazione sociale, a cui andavano incontro i protagonisti di Trainspotting o I ragazzi dello zoo di Berlino.
Cambia il modello di consumo, perché non si è più dipendenti da una sostanza ma dalla dipendenza. Su internet si trovano molte informazioni su come combinare i farmaci in casa per potenziarne gli effetti, così per ogni festa c’è una droga diversa. Ad esempio, lo sciroppo per la tosse, mischiato con codeina e Sprite, è il beverone viola cantato nella trap:
sciroppo cade basso come l’Md/bevo solo Makatussin nel bicchiere” è un verso della canzone “Sciroppo” di Sfera Ebbasta.
Il pezzo solista di Sick Luke della Dark Polo Gang,“Medicine”, è una specie di manifesto della nuova generazione di ragazzi consumatori di sostanze e tossicodipendenti. Sick Luke, come molti trapper, nelle interviste parla della sua dipendenza come una specie di effetto collaterale, di uno stile di vita che è abituato alla dipendenza.
Il rapporto tra droga e musica non è una novità, ma l’immaginario non è più dominato da marijuana e cocaina. Non c’è solo la voglia di divertirsi, l’eccitazione, ma anche la voglia di stordirsi. Isolarsi. E così assieme agli eccitanti crescono i farmaci oppiacei derivati dalla morfina o antistaminici.
Negli ultimi anni si sta assistendo a un preoccupante fenomeno del tutto nuovo che ha rivoluzionato le tendenze giovanili rispetto all’uso di droghe. Alle sostanze tradizionali quali cannabis, cocaina, eroina, amfetamine, ecc. si sono aggiunte una lunga serie di Nuove Sostanze Psicoattive – NPS, così definite dai ricercatori – di origine sintetica di cui ancora molto poco si conosce, in relazione alle loro caratteristiche e ai rischi che queste comportano per la salute. Queste droghe “non illegali” in circolazione sono migliaia. Anche conosciute come “smart drugs” ovvero farmaci intelligenti, queste “droghe furbe” presentano una composizione chimica leggermente diversa dalle droghe tradizionali, e per questo non sono perseguibili dalla legge, in quanto non rientrano nelle tabelle legislative delle corrispondenti leggi che proibiscono l’uso di sostanze stupefacenti e psicotrope.
Le nuove droghe si comprano online, la parola chiave è “research chemicals” o “legal highs”, niente parchetti e passaggi furtivi di denaro ma carte di credito e consegna via posta.
«Quello che ci preoccupa di più è il fatto che il mercato online è facilmente raggiungibile dagli adolescenti, che sono in grado così di ordinare con pochi click nuove droghe sintetiche pericolosissime. Esse vengono recapitate a casa con un pacco anonimo entro 48 ore: tutto questo fuori dal controllo dei genitori» queste le parole del dott. Serpelloni, direttore dell’U.O.C Dipendenze Verona.
Il vecchio mondo degli spacciatori di strada non scompare, ma si aggiunge; vendono senza il rischio di essere arrestati.

La possibilità di acquistare online ha modificato lo spaccio; gli usi di sostanze vanno ricompresi in un mercato che sta cambiando soprattutto per stili di vita e trasformazioni del mercato. Il “farsi di qualunque cosa” ha perso l’elemento di trasgressione e dall’altra parte l’offerta nel mercato delle sostanze psicotrope è diventata potenzialmente infinita.

I ragazzi non ascoltano se viene detto loro quello che devono o non devono fare. Diverso è promuovere consapevolezza.
Non sappiamo come evolverà lo scenario e quali potranno essere le conseguenze, nè possiamo sapere a priori quanto devastanti potranno essere gli effetti sulla psiche, sul fisico, nelle relazioni sul lavoro e in famiglia.
A chi si accosta per la prima volta a questo mondo, sembra impossibile che possa diventarne dipendente, che anche lui o lei diventerà un tossico di quelli veri e che starà male quando non avrà con sé la sua dose giornaliera. Tutto sembra essere perfettamente controllabile, programmato, come l’illusoria certezza di poter smettere quando si vuole… Ma in questo, nulla è cambiato: si diventa schiavi delle sostanze, senza rendersene conto.

I PROVVEDIMENTI DI ALCUNI PAESI PER COMBATTERE UN PROBLEMA CRESCENTE

Di Sabrina D’Avolio

Si inaspriscono sempre di più le misure di contrasto alla dipendenza da schermo e gioco d’azzardo online.
L’attuale governo Lega-Cinque Stelle, all’art. 9 del decreto-legge n. 87/2018, ha disposto il divieto assoluto di diffondere qualsiasi forma di pubblicità del gioco d’azzardo attraverso i media e l’art. 9-ter, al fine di tutelare i minorenni, ha stabilito l’accesso alle slot machine o videolottery solo tramite tessera sanitaria.
In Italia, dove sono in aumento i giocatori d’azzardo nella popolazione adulta (15-64 anni) mentre diminuiscono in quella studentesca (15-19 anni), nel corso del 2017 ha giocato almeno una volta oltre il 42,8% degli italiani, contro il 27,9% del 2014 e fra questi il 36,9% è composto da studenti, in calo rispetto al 47,1% di otto anni prima (dati IPSAD ed ESPAD Italia 2017– Ifc-Cnr).

Ma anche un paese molto lontano da noi come la Cina, patria dell’autocontrollo e della disciplina, si trova a scontrarsi con questo fenomeno che, soprattutto negli ultimi anni, sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti.
E’ recente la notizia pubblicata su “Il Fatto Quotidiano” della decisione di un’azienda produttrice di videogiochi cinese di consentire l’accesso agli utenti solo inserendo i dati dei documenti d’identità e, se minori di 12 anni, di imporre un limite massimo di connessione di un’ora al giorno, che diventano due per coloro di età compresa fra i 13 e 17 anni. In ogni caso, tutti offline a partire dalle 21:00!! Rimane avvolta nel mistero, scrive invece Lorenzo Fantoni su lastampa.it, la notizia secondo cui il governo cinese avrebbe intenzione di bloccare alcuni dei videogame più in voga del momento, tra cui Fortnite e PUBG, accusati di contenuti violenti e di mancanza di rispetto dei valori dello Stato.

La Danimarca, dal canto suo, è impegnata in un’intensa campagna pubblicitaria di sensibilizzazione ad un gioco più responsabile ed ha istituito una linea telefonica di aiuto ai giocatori problematici e di supporto ai familiari, alla quale ci si può rivolgere anche per parlare di qualcuno che semplicemente si conosce, una sorta di pronto intervento e ascolto per chi soffre di problemi di gioco d’azzardo (fonte gioconews.it).
Ma la Nazione ad aver adottato i provvedimenti più duri è stata la Gran Bretagna, che a maggio 2018 ha fissato un tetto massimo di puntata per le scommesse a quota 2 sterline, costringendo la famosissima William Hill, come la stessa azienda ha dichiarato, a chiudere centinaia di negozi per il mancato profitto previsto, in un panorama, quello britannico, che conta tantissimi locali stracolmi di slot machine (con la puntata massima che prima era fissata a quota 100 sterline!)

Quello che viene chiamato GAP, gioco d’azzardo patologico, è stato classificato nel 1994 all’interno del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali come “disturbo del controllo degli impulsi che compromette le attività personali, familiari e lavorative”: quindi, viene riconosciuto a tutti gli effetti come una patologia di natura psichica caratterizzata da azioni di tipo incontrollato.

Tra i paesi che spendono di più in gioco troviamo Australia in testa, seguita da Singapore e dalla Finlandia; l’Italia si piazza in una triste sesta posizione (vedi tabella “The Economist”).
Numerose le iniziative di lotta al gioco d’azzardo online intraprese anche da piccole realtà locali: dai gestori di bar, che spontaneamente hanno deciso di non dotare il proprio locale di slot machine, alle attività di coesione sociale organizzate nei quartieri, fino alle scuole che, attraverso l’ideazione di laboratori sul tema, sono state tra le prime istituzioni ad intervenire a gamba tesa.
Sicuramente, occorre educare i ragazzi a dare maggior valore al proprio tempo libero, per portarli alla scoperta ed alla consapevolezza che esiste tanto mondo da vivere con e oltre il monitor.