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Teo Benedetti e Davide Morosinotto, entrambi esperti di nuove tecnologie e autori di libri per ragazzi, hanno scritto questo delizioso manuale per giovanissimi (e non solo) che ci guida in modo divertente e accattivante nel favoloso mondo della rete, un mondo pazzesco e tutto da esplorare!
Ti piacerebbe capire la differenza tra un social pubblico e uno privato? Vuoi sapere perché “internet è per sempre”? O preferisci imparare a smascherare un cyberbullo? Questo è il libro che fa per te! Puoi leggerlo a pezzi, dalla fine all’inizio o dall’inizio alla fine…la decisione è tua! Troverai sicuramente qualcosa che colpirà il tuo interesse. Se poi il libro ti è piaciuto parlane con gli adulti che hai intorno: insegnanti, educatori, genitori…e digli di leggerlo! Anche gli adulti intorno a te hanno bisogno di capire cos’è la rete, come si usa e quanto è importante conoscerla bene per godere davvero della sua potenza!
In questo piccolo manuale troverai tante illustrazioni e vignette che parlano di te e dei tuoi amici e di tutti noi che siamo quotidianamente connessi. Puoi comprarlo in libreria, fartelo regalare oppure andare nella biblioteca della tua città e prenderlo in prestito gratuitamente!
I due autori, due tipi davvero in gamba, nell’ultimo capitolo ci dicono qualcosa su cui riflettere, sia soli che insieme:
“La rete è utile, è divertente ed è fantastica…
ma il mondo esterno lo è ancora di più”!!!

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Articolo di Francesca Piervenanzi

Di Michele Piastrella

Potremmo iniziare questo articolo elencando alcune delle migliaia star del mondo dello showbiz (cantanti, attori, registi, scrittori, sportivi, etc… oggi potremmo aggiungere web influencer) che sono state o sono tuttora vittime di una dipendenza da sostanze. Questa “storia d’amore” tra personaggi celebri e sostanze è davvero lunga e ha origini antiche: si dice che addirittura Alessandro Magno fosse un alcolista e cercasse in questa sostanza una valvola di sfogo al suo duro impegno in guerra. Rimanendo solo sull’alcolismo, tra i tanti personaggi noti, morti a causa dell’abuso di alcol nel corso degli ultimi due secoli, possiamo citare Edgar Allan Poe, Edith Piaf, F. Scott Fitzgerald, Jim Morrison, Truman Capote e, in anni più recenti Amy Winehouse. Dei personaggi noti appena citati, è interessante notare come Morrison o la Winehouse abbiano spesso utilizzato l’alcol per “accompagnare” l’uso di altre sostanze stupefacenti, ma siano poi decedute a causa dell’alcol: si evidenzia che i danni provocati da quest’ultimo sono spesso incredibilmente sottovalutati, erroneamente considerati inferiori a quelli provocati dall’uso di cocaina o eroina.

Al netto della diversità delle attitudini personali, delle storie di vita, del contesto socio-culturale, con questo articolo vorremmo comprendere se ci sono motivi o schemi più o meno ricorrenti nel mondo dello spettacolo, che spingono tali celebri personaggi a fare uso di sostanze.

Molti personaggi celebri hanno avuto un’infanzia o adolescenza difficile e, spesso, hanno cominciato ben prima di diventare famosi a bere o ad assumere stupefacenti per sentirsi meglio, per trovare illusorie forme di conforto attraverso le sensazioni di benessere euforico (sia chiaro fugace ed artificiale, mentre, ad esempio, il malessere susseguente a una sbornia è sempre più duraturo e pesante) provocate dalle sostanze psicoattive. Talvolta, sono proprio il dolore e la precarietà di una vita difficile a fungere da ispirazione agli artisti; purtroppo, sono tante le storie di giovani talenti dal passato tormentato che hanno gettato al vento le loro carriere a causa delle sostanze. Kurt Cobain, carismatico leader dei Nirvana, si uccise nel 1994 dopo aver per anni abusato di sostanze, già prima di diventare celebre; fece in tempo a rivoluzionare la scena del rock, ma i fantasmi della sua infanzia e adolescenza non si allontanarono mai da lui, fino a condurlo a una tragica fine.

Molti altri, invece, iniziano a bere e a fare uso di stupefacenti dopo aver raggiunto la fama. Perché sentire il bisogno di sostanze che alterino la percezione della realtà, se la realtà è fatta già di grande successo, delle comodità di una vita agiata? Cos’è che non va, che manca? Come detto, non c’è una risposta unica, ma vi sono alcuni schemi comportamentali che si ripetono, fra i personaggi famosi. La disponibilità di risorse economiche per acquistare le sostanze è sicuramente un fattore importante, nonostante il prezzo medio degli stupefacenti tenda a diminuire col passare degli anni, rendendo gli stessi alla portata di tante persone.

Ciò che, senza dubbio, unisce tutte le storie di dipendenze “acquisite” con la fama è la frequentazione di luoghi in cui alcol e “roba” girano a profusione. Come si legge in numerose storie di vita, vi sono personaggi che sono stati “iniziati” all’uso di sostanze da loro colleghi (noto fu l’episodio in cui Bob Dylan fece conoscere la marijuana ai Beatles, negli anni ’60), o da partner o amici che già ne facevano uso.

Per rimanere a un livello più semplice, immaginiamo una rockstar non chissà quanto dedita a una vita di eccessi, che beva già di suo qualche bicchiere al giorno: ipotizziamo che la mattina venga invitata a prendere un drink da un collega o da un manager e poi la sera venga invitata a un party dove si beve per festeggiare; e immaginiamo che tutto questo, nella vita di una rockstar, fatta di libertà, divertimento e agiatezza, avvenga tutti i giorni, per anni. E’ chiaro come l’abitudine e l’assuefazione all’alcol raggiunga soglie sempre più alte nel fisico e nel cervello di questo personaggio, che, anche senza accorgersene, può diventare prima un bevitore problematico e, poi, un effettivo alcoldipendente. Ciò è ancora più vero per quanto riguarda una rockstar: l’assuefazione e lo stordimento/appiattimento ormai regolarmente provocate da un numero tot di bicchieri viene superata col bere “tot+1” bicchieri, in occasione di un concerto o di un evento pubblico, per riprovare euforia e sensazioni positive e potersi esibirsi al massimo…

La cosa triste delle dipendenze è che possono tornare, anche a distanza di anni. Parliamo delle cosiddette “ricadute”.

Un grande personaggio, vittima delle dipendenze e, in particolare delle ricadute che, quantomeno, hanno contribuito alla sua tragica morte è il grande attore Robin Williams. La morte fu in realtà un suicidio, avvenuto nell’agosto 2014; ma a più riprese nella sua vita l’attore aveva combattuto contro la dipendenza da alcolismo e altre sostanze e con una grave forma di depressione. Divenuto celebre con la sit comedy televisiva “Mork e Mindy” alla fine degli anni ’70 e poi al cinema con il film “Popeye” (“Braccio di ferro”) del 1980, nei primi anni ’80 Williams comincia a fare uso di sostanze e assume uno stile di vita pericoloso, fatto di frequenti festini a base di alcol e droghe. Nel 1982 era presente con lui, ad uno di questi festini il grande attore Jim Belushi (grande comico, protagonista di “The Blues Brothers”): quella stessa notte, Belushi fu ritrovato morto nella sua camera d’albergo; aveva assunto una dose eccessiva di speedball (miscela di cocaina ed eroina), accompagnata da alcolici. A seguito di questo tragico evento, Williams si allontanò da quel mondo e dall’uso di sostanze: la prolungata sobrietà (che durò per oltre vent’anni) coincise col periodo di maggiore successo della sua carriera; tra la fine degli ’80 e la fine degli anni ‘90 pellicole come “Good Morning Vietnam”, “l’Attimo Fuggente”, “Patch Adams”, “Will Hunting” e varie altre lo consacrarono come uno dei più grandi attori di Hollywood. Ma per un alcolista, la ricaduta è un pericolo sempre dietro l’angolo: nel 2006 Williams riprese a bere. Decise di andare in clinica per riabilitarsi; in un’intervista al programma televisivo “Good Morning America”, affermò: “La dipendenza non conosce limite. Aspetta paziente che tu dica “Ok, ora sto bene”, abbassi la guardia e la prima cosa che vieni a sapere subito dopo è che non stai bene per niente.”

In un’altra intervista, Williams dichiarò, a proposito della sua ricaduta: “Accade quando sei letteralmente spaventato e pensi “oh, questo farà passare la paura”. E non lo fa. […] Per la prima settimana menti a te stesso e ti dici che tanto riuscirai a smettere. Poi il tuo corpo ti dice: “No, smetterai più tardi.” […] Ti senti bene, anzi a meraviglia quando bevi il primo bicchiere. Poi la prossima cosa di cui diventi consapevole è che hai un problema e sei solo.”

Williams era consapevole di essere soggetto a forti periodi di depressione, e in un’altra intervista spiegò quanto fosse pericoloso coprire la depressione con l’uso di alcolici. Ricorda, in particolare, cosa avvenne con una bottiglia di whisky fra le mani, in una camera d’albergo, nel periodo della sua ricaduta: “Il mio cervello ancora consapevole disse al mio cervello ubriaco di mettere il suicidio in discussione fino a quando non fossi stato sobrio, ricordandomi “in fondo hai una bella vita ora.” Vale a dire: ebbe paura di commettere qualche sciocchezza nel momento in cui sprofondava nella sbornia, essendo già vittima di depressione. Un mese prima di morire, nel luglio 2014, Williams tornò in riabilitazione per prevenire un eventuale ricaduta. Fu ritrovato morto l’11 agosto 2014  nella sua casa di Paradise CayCalifornia. Si venne a sapere dopo la sua morte che all’attore era stato diagnosticato il morbo di Parkinson e che, negli ultimi anni, aveva cominciato ad avere problemi di deambulazione, di postura ed altro. Senza dubbio le droghe e, in particolare, l’alcol hanno avuto un ruolo determinante nella sua vita, contribuendo al tragico epilogo.

Chi comincia a bere in maniera smodata o a drogarsi, deve essere consapevole che sta iniziando un “legame” con queste sostanze che in qualche modo durerà tutta la vita, anche solo in maniera latente, da sobri, nelle vesti di una tentazione. E’ una storia d’amore vera e propria, che può avere, anche a distanza di anni dalla sua fine, improvvisi e veementi ritorni di fiamma…

Michele Piastrella

Era una materia scottante, ritenuta quasi un vuoto legislativo. E la legge n. 48 del 18 aprile 2017 ha, finalmente, riordinato il quadro legislativo in merito alla vendita e somministrazione di alcolici ai minorenni, in Italia, modificando in parte la legge n.125 del 2001.

Tale legge, che converte Il D.L n. 14 del 20 febbraio 2017, ha stabilito il divieto di vendita e di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di anni 18. Da evidenziare che si specificano due termini diversi: “vendita” e “somministrazione”, intendendo con il primo l’atto di portare via quanto acquistato, con il secondo l’atto di bere l’alcolico nel luogo in cui è stato acquistato. In questo modo, si colpiscono sia i luoghi della somministrazione (bar e simili), che luoghi della vendita (supermercati, negozi di alimentari e così via).

In particolare, oggi in Italia è un reato somministrare bevande alcoliche a minori di 16 anni: chi infrange tale divieto può essere punito con l’arresto fino a 1 anno (art. 689 del Codice Penale). 

Invece, la vendita di alcolici a minori di 16 anni può comportare sospensione della licenza commerciale.

Diversamente, è considerato solo un illecito di natura amministrativa la somministrazione di bevande alcoliche a minorenni di età compresa tra 16 e 18 anni: tale infrazione è punita con sanzione pecuniaria che oscilla tra i 250 ed i 1000 euro (come era già previsto nell’art. 14-ter della legge 30 marzo 2001 nr. 125). Se il commerciante risulta recidivo, la seconda sanzione consta di una sospensione di 3 mesi della licenza commerciale e di una sanzione tra i 500 ed i 2000 euro.

Di conseguenza, per il titolare di un esercizio commerciale vige un obbligo di chiedere un documento d’identità ai ragazzi che vogliano acquistare o consumare alcolici, per accertare l’età del cliente. Non c’è giustificazione per il commerciante nel concetto che il cliente dimostra più del’età che ha.

Infine, negli esercizi commerciali vi è l’obbligo di esporre il simbolo di divieto di somministrazione degli alcolici  e anche la tabella alcolemica, che specifica le quantità di alcol che si possono ingerire per poter guidare.

di Michele Piastrella

Prima Pagina non è solo il nome della testata giornalistica che state consultando, in questo momento.

Prima Pagina è un progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Politiche per la Gioventù, che mira a sensibilizzare i giovani sulle problematiche inerenti il mondo delle dipendenze (da droghe, alcool, gioco d’azzardo, internet, videogiochi, disturbi dell’alimentazione, doping ed altro). Ma non solo. Il progetto vuole rendere i ragazzi non soltanto destinatari della campagna di sensibilizzazione, ma fautori dell’opera di divulgazione sociale e culturale sui disagi provocati dalle dipendenze. Per far questo, sono stati organizzati in tre regioni italiane (Lombardia, Toscana, Campania) laboratori che hanno per tema il mondo delle dipendenze: esperti educatori, in questi mesi, stanno formando alcune centinaia di ragazzi (dai 10 ai 18 anni) in un percorso che passa anche per l’ascolto di toccanti testimonianze, da parte di persone che hanno vissuto il dramma di una tossicodipendenza; in tali laboratori si utilizzano in prima battuta dei blog, in seguito la vera e propria testata giornalistica “Prima Pagina” su cui i ragazzi, ormai adeguatamente “formati”, possono pubblicare concetti, nozioni, notizie, approfondimenti, inchieste, interviste, diventando essi stessi divulgatori di queste tematiche per i loro coetanei e per gli adulti che li leggeranno. E allo stesso tempo apprendendo i rudimenti del mestiere difficile, ma fondamentale, del giornalista.

Come potete vedere consultando la home page di questo sito, vi sono articoli e contributi di ragazzi delle scuole medie (dunque dai 10 ai 14 anni) delle tre regioni considerate, e articoli di ragazzi più grandi (aventi dai 15 ai 18 anni) che si riuniscono in cosiddetti “gruppi informali” (associazioni, oratori, piazzette, cortili) nelle tre regioni considerate, sempre guidati dagli educatori.

Si ritiene che per entrambe le categorie (scuole medie e ragazzi più grandi), i laboratori rappresentino un’occasione di sensibilizzazione; per le scuole medie, prevale la dimensione della prevenzione e della pubblicazione di post sui blog e di articoli semplici; per i più grandi, prevale la dimensione della conoscenza (di un fenomeno che già afferisce alla vita quotidiana di, purtroppo, tanti loro coetanei) e della pubblicazione di contenuti editoriali di buon livello, su questo sito.

Accanto a tali contenuti, che rappresentano le fondamenta di questo progetto educativo, il direttore di Primapagina.org Michele Piastrella, la caporedattrice Adele Pontegobbi e altri collaboratori pubblicheranno numerosi articoli, inchieste, approfondimenti, interviste, recensioni: questo giornale ambisce ad essere oggi e negli anni a venire un importante punto di riferimento sul tema delle dipendenze giovanili, e più in generale sul tema del disagio giovanile; un faro che possa illuminare quanti sono nel tunnel e quanti scorgono nei loro cari atteggiamenti preoccupanti, spie di problemi più gravi quali le dipendenze. Prima ancora, Prima Pagina mira ad essere un importante strumento di formazione e prevenzione continua rivolto ai giovani e tutti coloro che sono accanto a loro, cercando di entrare nell’universo giovanile attraverso la voce dei giovani stessi.

Stay tuned!

ENTE CAPOFILA DEL PROGETTO: CONSORZIO CGM (MILANO)

COOPERATIVE PARTNER, OPERANTI SUI TERRITORI: SPAZIO APERTO SERVIZI (MILANO), EDA SERVIZI (FIRENZE), CG PROGRESS (SALERNO)

DIRETTORE PRIMAPAGINA.ORG: MICHELE A. PIASTRELLA

CAPOREDATTORE: ADELE PONTEGOBBI

Le crociate contro i prodotti ricreativi, consumati a piene braccia da bambini e ragazzi, sono da sempre inflazionate. Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50 il dibattito italiano sulla lettura dei fumetti da parte dei minori fu acceso, alla vigilia della “Mostra dei periodici per ragazzi”, organizzata a Roma nel 1951 e poi itinerante, dal Fronte della Famiglia. La mostra stessa era stata organizzata per mettere in guardia le famiglie dalle insidie nascoste nei giornaletti. I più critici avevano come portavoce la deputata democristiana Maria Federici, fautrice della proposta di legge del 1949 “Vigilanza e controllo della stampa destinata all’infanzia ed all’adolescenza”, destinata a non diventare mai legge a causa della fine della legislatura nel 1953.
Cosa che non successe negli Stati Uniti, dove la battaglia morale contro i fumetti portò nel ’54 alla creazione del Comics Code Authority, organo dedicato alla censura di questi ultimi (1) –(2)Ma quali erano i presupposti “danni” arrecati ai ragazzi dalle storie con vignette?
Innanzitutto fornire esempi sbagliati, mostrando immagini violente o con riferimenti espliciti al sesso, rischiando di trasformare i ragazzi in potenziali omicidi e poi turbarne la tranquillità e i sonni con l’abbondanza di terribili creature mostruose. Queste accuse non ci ricordano quelle lanciate con frequenza da politici e non solo, contro i videogiochi? Non sono simili alle invettive lanciate negli Stati Uniti contro la musica rock e l’artista Marilyn Manson, dopo la terribile strage nella scuola di Columbine?
E’ dei primi giorni di novembre del 2018 la polemica scoppiata su Twitter tra Carlo Calenda e molti supporter e fruitori dei videogame. Calenda, rispondendo in merito a chi chiedeva politiche di sostegno per i giovani, ha infatti tirato in ballo i videogames dichiarando: “Fondamentale prendersi cura di ogni ragazzo: avvio alla lettura, lingue, sport, gioco. Salvarli dai giochi elettronici e dalla solitudine culturale e esistenziale. Così si rifondano le democrazie”(3). Si è forse espresso male? Voleva forse intendere che i giovani devono essere invece salvati da un uso eccessivo dei giochi elettronici? Considerando i suoi tweet successivi di risposta a chi pregava di non fare generalizzazioni sul tema, diventa chiaro che la sua posizione è pregiudiziale e non particolarmente informata. Prosegue infatti così: “Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano”(4). E qui apriti cielo! Calenda ha infatti raccolto critiche dal mondo di gamers che popola la rete, da genitori conoscitori della materia e da moltissimi ragazzi che attribuiscono all’uso dei videogiochi un percorso di arricchimento culturale. Grazie a questi, sostengono, hanno familiarizzato con l’inglese, migliorato riflessi e capacità di problem solving e multitasking e inoltre hanno avuto modo di socializzare con persone di tutto il mondo.
Insomma se immaginiamo un bambino di terza elementare che gioca ad uno sparatutto con indicazione “PEGI 18”, che non riesce a prendersi una pausa dal gioco neanche per andare in bagno e che fa quindi i suoi bisogni in una bottiglia o nei propri pantaloni, ha sicuramente ragione Calenda. Ma anche servendosi di questa immagine grottesca, la posizione di Calenda sembra non tener conto del ruolo dell’adulto in questo contesto: la responsabilità non è del videogioco stesso, ma di chi ha permesso che un gioco, destinato agli adulti, finisse in mano ad un bambino così piccolo rivelandosi, allo stesso tempo, non in grado di imporre tempi e frequenza d’uso.
Anche il presidente Trump si era scagliato contro i “videogiochi violenti” lo scorso marzo, in occasione del meeting con i vertici americani del settore (5) e anche dopo la sparatoria avvenuta in una scuola a Parkland in Florida. Ha infatti dichiarato: “Sto sentendo sempre più persone affermare che il livello di violenza dei videogiochi sta davvero plasmando i pensieri dei giovani”(6). Trump non si è fermato ai prodotti videoludici, criticando anche la violenza dei film e chiedendo una regolamentazione più dura, per impedire l’accesso ai minori a contenuti non adeguati alla loro età.
Queste dichiarazioni hanno contribuito ad alimentare il dibattito tra favorevoli e contrari in America. Un dibattito che si riaccende periodicamente e che non ha confini geografici.
Tuttavia, che si parli del medium o del suo contenuto, il popolo della rete che gioca dispone ormai di molte ricerche scientifiche che supportano – con dati incoraggianti – la loro passione e di giochi progettati per sensibilizzare i fruitori, con contenuti capaci di coinvolgerli positivamente sul piano etico. Nel saggio “Video games and the future of learning” (7) tra i più citati a proposito, gli autori, tra i quali James Paul Gee, professore alla Arizona State University, sostengono che i videogiochi sono in grado di porsi ad un tempo su un piano etico-epistemologico (sviluppo di valori condivisi), sociale (sviluppo di un insieme di effettive pratiche sociali), esperienziale (sperimentazione di diverse ed intense identità) e ricco di significatività (sviluppo della comprensione situata) (8). Anche per gli studi sugli effetti negativi dei videogiochi sui più piccoli, soprattutto per quanto riguarda l’esposizione prolungata a contenuti violenti, la distinzione tra gli effetti positivi del medium, rispetto a quelli negativi dei contenuti rimane chiara. Videogiocare migliorerà le capacità di coordinare gli occhi con le mani, renderà il giocatore più rapido nel prendere decisioni, migliorerà le sue abilità mnemoniche e nel caso dei giochi collaborativi, lo renderà più capace di lavorare in gruppo. Dal punto di vista del contenuto, la fruizione di titoli violenti, invece, ha un effetto di desensibilizzazione alla violenza stessa, di forte eccitazione fisiologica, promuove comportamenti sbagliati e rappresentazioni sessiste della donna. I tempi smodati di uso dei videogame, invece, incidono sulla resa scolastica e possono produrre fenomeni di fobia sociale e dipendenza (9).
Quindi i videogiochi, indipendentemente dai loro contenuti, ci rendono “smart” affinando molte nostre abilità; ma anche i contenuti sono importanti, come sembrano aver realizzato i fondatori della piattaforma “Games for Change”, fondata nel 2004, che ha come missione quella di creare e distribuire giochi digitali e non, con impatto sociale ed educativo. Sul loro sito è possibile navigare tra più di 170 giochi, per la maggior parte gratuiti, con obbiettivi insolitamente edificanti. Qualche esempio?
Sicuramente “Foldit” (10), creato da vari dipartimenti dell’Università di Washington, gioco che consente ai biologi di aiutare la ricerca, aiutando a costruire delle proteine. Nel 2011 i giocatori riuscirono a ricostruire la struttura di un virus che causa l’AIDS nelle scimmie e nel 2014 ridisegnarono una proteina usata in chimica (11). Un altro prototipo di gioco, “A closed world” (12), realizzato da Singapore-MIT GAMBIT Game Lab, trasforma il protagonista in un personaggio dal genere indefinito, che deve andare a sconfiggere i demoni della foresta, che lo attaccano con i loro pregiudizi. Il protagonista dovrà rimanere calmo e far capire ai demoni che l’amore può avere molte forme. Il gioco è stato realizzato per far conoscere i diritti della comunità LGBT.
Quello dei videogiochi è un universo che richiede grandi esplorazioni, oggetto di grandi passioni ed infinite polemiche.
E voi, allora, come la pensate sui videogiochi? E i vostri genitori ed insegnanti?

 

Articolo di Adele Pontegobbi

Fonti immagini:

Calenda

Trump

Games for change

 

Un documentario sconvolgente e commovente, allo stesso tempo, quello andato in onda su “National Geographic”, che condividiamo sulla nostra home page.

E’ la storia di Ryan, 28enne americano alcoldipendente. Come si vede dal video, Ryan è alcolista già da molti anni; ha cominciato a bere da ragazzino, dopo aver vissuto una difficile infanzia e adolescenza, con suo padre, alcolista anch’egli, che lo picchiava. Con la morte di suo padre, la situazione è precipitata.

Da tre anni Ryan beve 1 litro e mezzo di vodka al giorno; il suo fisico, la sua mente, la sua vita sono letteralmente devastate dall’abuso della sostanza. Sua madre, suo fratello, suo nonno, gli amici, l’ex fidanzata con modalità diverse gli stann vicino e cercano di aiutarlo. Ma la sua vita è compromessa, la sua situazione davvero molto complicata. Il corpo richiede fisicamente l’alcol, altrimenti entra in fortissime crisi d’astinenza. Ryan pare convincersi a iniziare la disintossicazione, finalmente, anche dopo le insistenze dei suoi familiari.

Vediamo cosa accade nel documentario a lui dedicato, che ci consente di capire quali possono essere le conseguenze disastrose per il corpo, per la mente, ma anche per i familiari di un alcoldipendente.

La storia di Ryan (National Geographic)

La storia di Ryan