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Video Amanda ToddLa storia di “Amanda Todd”: lotta, bullismo, suicidio e autolesionismo

La tematica principale di questo articolo sarà la storia di Amanda Michelle Todd. Amanda era un’adolescente canadese di 15 anni, vittima del cyberbullismo e del bullismo. Todd nacque il 27 novembre 1996 in una città vicino a Vancouver, al secondo anno di scuola media per fare conoscenze, si incontrava tramite webcam con degli sconosciuti. Durante uno di questi incontri un individuo le fotografò il seno, minacciandola. Se Amanda non si fosse mostrata nuovamente lui avrebbe mandato le sue foto ai suoi amici.

Alla successiva alba di Natale la polizia arrivò a casa della Todd dicendo che le sue foto erano state inviate a tutti. Da questo evento Amanda ebbe numerosi attacchi di panico, ansia, depressione e inizio ad abusare di alcol e droghe. La famiglia si trasferì in un’altra città e Amanda cambiò scuola. L’individuo ritornò, creando una pagina su Facebook che aveva come foto profilo le foto della ragazza, in questo modo i suoi nuovi compagni di classe iniziarono a giudicarla.

Amanda fu costretta a cambiare nuovamente scuola. Lì incontro un suo “vecchio amico” il quale provava attrazione sessuale per lei. Lui le propose di avere rapporti mentre la sua fidanzata era in vacanza. In seguito al suo ritorno, lui, la sua fidanzata e altri ragazzi, aggredirono Amanda davanti a tutta la scuola mentre giravano dei video. La settimana successiva tentò per la prima volta il suicidio ingerendo della candeggina. Fu ritrovata giusto in tempo e fu portata in ospedale per essere “ripulita”.

Quanto ritornò a casa lesse dei commenti offensivi su ciò che aveva fatto. “Dovresti provare un tipo di candeggina differente spero che muoia questa volta è che non sia così stupida” è solo un esempio. Si trasferì nuovamente in un’altra città da sua madre. Le persone su Facebook continuavano a postare foto di candeggina e ammoniaca, taggandola. La sua sanità mentale peggiorò ulteriormente finendo addirittura nell’autolesionismo. Nonostante il fatto che prendesse anti-depressivi e andasse da uno psicologo ebbe un overdose da medicinali finendo in ospedale per due giorni.

Il 12 ottobre 2012 Amanda Todd fu ritrovata morta nella sua casa. Prima della sua morte, il 7 settembre 2012, pubblicò un video su Youtube dove raccontava la sua storia: “My Story: Struggling, bullying, suicide and self harm”. La maggior parte della informazioni ricavate per questo articolo sono state prese appunto dal suo video che attualmente conta più di 13 milioni di visualizzazioni.

Amanda è un esempio estremo di questi fenomeni che in tutto il mondo accadono quotidianamente a tanti ragazzi, presi di mira sul web. Ragazzi che diventano vittime perché incapaci di sopportare a quell’età il peso delle offese e delle ingiurie, che talvolta vengono perpetrate da migliaia di utenti

Stop al bullismo e al cyberbullismo!🚫

Leggi la storia di Carolina Picchio

di Adele Pontegobbi

Internet Festival a Pisa: il futuro è già qui

Da ieri è iniziato a Pisa l’Internet Festival, giunto alla sua nona edizione. Festival nato dalla volontà di Regione Toscana, il Comune di Pisa, il Cnr e di altre realtà culturali d’eccellenza presenti nel territorio pisano (Università di Pisa, Scuola Normale Superiore di Pisa, Registro, l’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr, ecc… ecc…) anche quest’anno è ricco di eventi, incontri ed esperienze in cui immergersi.
Grande spazio alle iniziative dedicate a bambini e ragazzi segnalate con l’hastag #leregoledelgioco, che sottolinea quanto sia importante iniziare prima possibile a maneggiare le regole del gioco della Rete, per riuscire a cogliere le opportunità da questa offerte, evitarne le insidie in modo intelligente e creativo.
IF KIDS, spazio tematico dedicato ai bambini dagli 0 ai 6 anni e alle loro famiglie propone l’area gioco
esperienziale nominata “La curiosità come regola”, dove i partecipanti potranno prendere confidenza con i concetti del mondo digitale, accompagnati nell’esplorazione da alcuni educatori senza bisogno di nessun dispositivo digitale, sembra proprio partendo dal labirinto di Pac Man. Per rilassare i piccoli curiosi presenti anche delle sessioni di mindfulness e yoga.
Per tutti la possibilità di sperimentare grazie alla realtà virtuale di “Moon Landing”, l’allunaggio dell’Apollo 11 o la materia oscura grazie a Darkside20k, documentario sul futuro rilevatore di materia oscura realizzato sotto 1400 metri di roccia all’interno del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso.

Facce e suoni

Se passeggerete nel Centro Congressi Le Benedettine , vi potrete imbattere nell’installazione “The Sound of the Crowd”, che trasformerà i volti del pubblico in suoni attraverso la tecnica del riconoscimento facciale, pescandoli dalle telecamere di sicurezza presenti in tutti gli spazi del festival. I partecipanti all’Internet Festival si troveranno così a costituire una sorta di orchestra, declinando in maniera artistica l’uso del riconoscimento facciale, associato normalmente al controllo.

I temi più attuali saranno affrontati in questo festival: dalla blockchain al funzionamento delle criptovalute, non dimenticando il tema della sicurezza, non affrontato solo dal punto di vista tecnico, ma anche educativo. Non mancheranno anche laboratori e incontri sul tema del cyberbullismo e hate speech: verrà presentato anche il libro “Penso, parlo, posto. Breve guida alla comunicazione non ostile” DI Carlotta Cubeddo e Federico Taddia, “Super Robin contro i bulli” di Roberto Morgese  e anche “Il ritiro sociale degli adolescenti” di Matteo Lancini, che oltre ai temi sopra indicati affronta il tema degli hikikomori, del videogaming patologico e del gioco d’azzardo.

L’ambiente

Non poteva mancare il tema l’ambiente in questo Internet Festival, Legambiente infatti ci propone l’esperienza del riscaldamento globale, facendoci provare le temperature previste per il 2030 nella “bolla” di 18 metri per 4, appositamente costruita. Verrà presentata anche SOILapp, strumento per monitorare lo stato di salute del suolo e ci sarà la possibilità di venire aggiornati  sugli accordi internazionali in merito al  cambiamento climatico nel laboratorio “Mi manca l’aria”.

Non aspettate, il futuro è già qui.

di Flaglia

Carolina Picchio era una ragazza che a 14 anni, nella notte tra il 4 ed il 5 Gennaio 2013, si è suicidata lanciandosi dal balcone di camera sua a Novara.
E’ iniziato tutto ad una festa, pochi giorni prima, durante la quale si era ubriacata.
Ha perso i sensi e alcuni ragazzi se ne sono accorti ma hanno chiamato il padre solo dopo aver postato un video su Facebook in cui fingevano di avere rapporti sessuali con lei. La mattina successiva Carolina non ricordava niente ma sui social aveva ricevuto 2.600 insulti.
A scuola tutti la evitavano e nessuno le rivolgeva più la parola.Era oppressa dalla vergogna. Si era chiusa in sé stessa. Così, per mettere fine a tutto, ha scritto una lettera per spiegare il suo gesto.

“…Perchè questo ? Il Bullismo. Tutto qui. Le parole fanno più male delle botte ! Cavolo se fanno male !!! Ma io mi chiedo, a voi non fanno male ? Siete così insensibili ? Spero che adesso sarete più responsabili con le parole. Non importa che lingua sia, il significato è lo stesso…”.

Ha dato l’ultimo addio a coloro che amava, il padre e gli amici, ha aperto la finestra e si è buttata nel vuoto.
Il padre se ne è accorto solo qualche ora dopo, ma era troppo tardi. Carolina giace sul freddo asfalto del marciapiede.
Dalle successive indagini si risale ai responsabili che vengono accusati di violenza sessuale, diffusione di materiale pedo-pornografico (pornografia minorile) e morte come conseguenza.
Eppure, tutto ciò che questi ragazzi in seguito riescono a dire sono solo banali giustificazioni per scaricarsi la coscienza.

“..quando ho fatto il video a Carolina avevo solo 13 anni..”, “…era la prima festa a cui partecipavo..”, “…nel video si vede solo Carolina appoggiata al muro e un ragazzo che fa finta di tirarsi giù i pantaloni…”, “… un ragazzo gli ha fatto domande sporche, ma solo per ridere, perché era sua amica. Erano i migliori amici”, “…quando l’ho saputo mi sono disperato.
Mi sento in colpa abbastanza ma poi non così tanto alla fine. Perché io sinceramente NON VOLEVO FARE NIENTE di MALE A LEI”.

Non importano le intenzioni:ma ciò che ormai è stato compiuto!!!!
E’ possibile che ci sia chi, anche dopo essere stato dichiarato ufficialmente colpevole, si senta meno in colpa di chi colpevole non lo è senz’altro?
Il padre infatti si sente in colpa per non essere stato presente come avrebbe dovuto, per non averla aiutata proprio in quei momenti di difficoltà. E il dolore è straziante.
Nonostante ciò convince il giudice a non condannare i giovani ma a fargli intraprendere un percorso di recupero con un’assistenza psicologica. Una “messa in prova”. Un percorso lungo e faticoso durante il quale i ragazzi devono ottenere voti scolastici eccellenti, devono partecipare ad incontri con psicologi e devono svolgere opere di carità e attività solidali come aiutare anziani e disabili.
Inoltre, periodicamente, devono incontrare i giudici che valutano se il percorso è seguito con costanza fino ad ottenere risultati validi per poter ritenere concluso il percorso.
Uno degli imputatati ha seguito questo percorso per ben 27 mesi.
Secondo i dati de “il Sole 24 ore” i carcerati che seguono questi percorsi di crescita personale tornano a commettere crimini in meno del 19% dei casi mentre coloro che non seguono alcun programma di riabilitazione tornano a delinquere in quasi il 70% dei casi.
“Mia figlia ha scoperchiato un sistema, ed ora tocca a noi insistere”. Il padre ha inoltre combattuto per fare approvare la prima legge sul Cyberbullismo.
“Il cyberbullismo si può combattere! C’è bisogno di responsabili in tutti gli edifici pubblici: in particolare nelle scuole”.
Il caso di Carolina (come quello di altre vittime) rivela quanto si sottovaluti il mondo virtuale. È più pericoloso del mondo reale perché una semplice presa di giro può diventare una derisione collettiva.
La storia ci insegna anche che non è con il suicidio che si risolvono le situazioni. Uccidersi non è “mettere una fine a tutto” ma arrendersi.
Gli altri possono ostacolarti la vita, tanto da renderla impossibile ma non per questo devi gettare la spugna. Il trucco è andare avanti…
QUALSIASI COSA SIA UN DOMANI !!!!!
Se ci credi veramente nessuno potrà mai fermarti, devi riuscire ad essere superiore alle offese, non puoi arrenderti alla vita.
Carolina si chiude in se stessa e poi si suicida perché si sente sola. Ma non è vero, nessuno di noi è solo. Il conforto lo si può trovare i chiunque; anche nelle persone da cui non te lo aspetteresti mai.
Il modo migliore per affrontare certe situazioni è farlo insieme agli altri:
CHIEDENDO AIUTO!!!!!!!!

FONTI:
DOCUMENTI
• sole 24 ore
• www.corriere.it
• www.corriere.net
• www.ilfattoquotidiano.it
• www.huffingtonpost.it
• www.quotidiano.net
• www.lastampa.it

VIDEO
• www.michelesantoro.it
• www.raiscuola.rai.it

di Sara Bandettini (bande05), Emily Lule (pizza06) e Diana Spadafora (dia06)

Le donne per che cosa vengono offese?
Per come si vestono, per come sono fisicamente, per come si comportano e per quello che sanno.
Ma vi sembra giusto far star male una persona per questi motivi?
Se un maschio pubblica delle foto in nudo viene considerato figo e riceve commenti positivi
(figo, bono, bellissimo…)

Invece se una donna mette una foto in costume o anche in vestiti che mostrano le forme del corpo, le vengono dati aggettivi per lo più negativi (troia, puttana, cagna….), ma la cosa più sorprendente è che la maggior parte delle offese sono scritte da donne. Questo perché? E perché le donne apposto di supportarle le offendono? Perché non esistono queste offese al maschile? Questo è dato dal fatto che siamo abituati a vedere la donna come colei che resta a casa a fare le pulizie ed a badare ai figli; perché se ci pensiamo è da poco che “abbiamo” le stesse libertà degli uomini.
L’avvento dei social network e il largo uso che oggi ne viene fatto conduce certuni a sentirsi liberi di esprimere il proprio pensiero nei confronti degli altri senza alcun limite. Il grande errore che questi soggetti compiono è quello di considerare la realtà virtuale come una sorta di zona franca, in cui porre in essere ogni tipo di condotta, ritenendo che quello che viene realizzato su internet sia qualcosa di inesistente o irrilevante. Al contrario la realtà virtuale deve essere considerata esattamente pari a quella reale. Un conto è la recensione negativa nei confronti di un ristorante, che se redatta con la normale educazione può avere anche dei toni un po’ più forti rientranti nel legittimo diritto di critica, altra è la triste realtà che realizzano il cosiddetto “stupro virtuale”, mediante l’invio di foto e video di donne, anche prese dalla realtà quotidiana e scambio di commenti offensivi, osceni e volgari, fino addirittura alla pubblicazione dei contatti delle persone fotografate.

Fonte foto: Vinicious Costa e John Rocha su Pexels

di wondermiky_official

Volevo raccontarvi di un evento successo da poco in classe.
Un giorno una mia amica appena finita la lezione, prima di uscire da scuola, si è messa a piangere perché insinuava che due nostri compagni la prendessero in giro.
Successivamente si scoprì che non era vero, ma lei continuò a pensare di sì.
Subito usciti da scuola, io ho cercato di consolarla chiedendole come ci rimarrebbe se venisse qualcuno che non conosce o qualcuno a cui non tiene a prenderla in giro; e lei ha risposto che non le importerebbe niente.
Allora io le ho detto che se a lei non importava veramente di questi due nostri compagni allora, non ci sarebbe dovuta rimanere così male.
Poco dopo arrivano due nostre compagne con un telefono nascosto a scopo di registrare eventuali brutte parole dette dalla mia amica a questi ragazzi.
E questo perché lei è molto sensibile e si mette a piangere parecchie volte facendo sembrare cattivi gli altri; e queste due ragazze volevano dimostrare che anche lei dice cattiverie.
La mia amica, molto arrabbiata, si sfoga un po’ e dice che questi ragazzi ‘’devono andare a morire’’.
Appena giriamo le spalle alla mia amica le due ragazze mi confessano che hanno registrato tutta la conversazione e l’hanno mandata ai due ragazzi a cui la mia amica augurava la morte.
Io senza rendermi conto della gravità della situazione sono stato zitto e non ho difeso la mia amica.

Una settimana dopo questo lo viene a sapere grazie a un altro compagno e naturalmente lei si mette a piangere, restando molto delusa dalle compagne che pensava essere sue amiche.
La professoressa venendo a sapere ciò che era successo dalla professoressa dell’ora prima si arrabbia; e si arrabbia non solo con le ragazze che hanno fatto la registrazione ma anche con i testimoni che non hanno fatto niente.
Fra questi ci sono anch’io.
Io le ho detto la verità cioè che ero presente quando è successo ciò e che quando ho saputo della registrazione non ho fatto niente.
Allora lei mi ha chiesto perché io non avessi né fatto né detto niente e io inizialmente non ho saputo rispondere ma poi ho confessato che non ho fatto niente perché ormai la registrazione era stata fatta e inviata, e non ho detto niente per due motivi, primo perché non volevo far rimanere male la mia amica e secondo perché non volevo fare la spia.
La prof. mi ha detto che ero colpevole quanto le ragazze che avevano fatto la registrazione e che non se l’aspettava da me.
All’inizio ero convinto che non avevo colpe e che la professoressa avesse esagerato a dare tutto questo peso a me.
Quando sono tornato a casa ero ancora di quest’idea,e ho raccontato tutto a mia madre che puntualmente ha dato ragione alla professoressa.
Nonostante questo mia mamma mi ha dato un consiglio molto importante, una cosa a cui io stranamente non avevo pensato, cioè quello di riflettere su quello che avevo detto, quello che NON avevo detto e quello che ha detto la prof..
Da qui ho capito che non avevo pienamente ragione, cioè mi sono reso conto VERAMENTE che sono stato cattivo e un non vero amico a non intervenire quando le due ragazze mi hanno detto della registrazione e a non dire niente il giorno dopo a nessun insegnante, ciononostante sono del parere che la prof. se la sia presa di più con me che con le persone che hanno fatto la registrazione e questo proprio non lo capisco.

Secondo me tutto questo si può riassumere con una sola frase:
LE TUE AZIONI SONO I TUOI MONUMENTI.

Questa frase è molto importante, presa da un’iscrizione su una tomba egizia,  Vuol dire che ciò che facciamo ci rappresenta e secondo me questo avvenimento non mi rappresenta in generale, però nella vita si fanno sempre errori e gli errori fanno parte di noi e del nostro modo di essere.

Inoltre ho anche capito che dallo scherzo si può passare ad un reato punibile dalla legge.
E che c’è una voglia matta di trasmettere ciò che facciamo e ciò che diciamo in giro sui social, senza capire il pericolo che rischiamo; perché ciò che postiamo può essere usato contro di noi.
Ad esempio se i genitori della mia amica avessero voluto avrebbero potuto far carcerare o far pagare una grossa multa ai genitori delle ragazze che hanno fatto la registrazione, non solo perché già il fatto di registrare la voce di qualcuno (o fare video o foto) senza il consenso scritto e/o orale è illegale, perlopiù queste ragazze hanno fatto anche girare la registrazione su WhatsApp.
Ma io mi chiedo una cosa, se i ragazzi che hanno ricevuto la registrazione l’avessero fatta girare anche ad altre persone, che sarebbe successo?
Io in tutto ciò sono rimasto molto colpito dall’atteggiamento maturo che i due ragazzi hanno avuto nei confronti della mia amica che li ha mandati esplicitamente ‘’a morire’’, perché loro, nonostante in realtà non avessero fatto niente, una settimana prima sono sembrati i cattivi della situazione.

Una volta ascoltata la registrazione l’hanno eliminata subito, proprio perché sapevano che se qualcuno l’avesse trovata nel loro telefono, ci sarebbero potuti essere problemi e anche perché una volta ascoltata la registrazione era inutile tenerla nel telefono.

È proprio da questi errori che si impara che cos’è l’amicizia secondo me.
Per me trovare un vero amico è veramente difficile, ma ancor di più lo è esserlo.
Di sicuro da questa vicenda ho capito come migliorarmi come persona, ma soprattutto come amico.
Un vero amico non ti giudica e ti difende sempre.
Io tutte le volte che parlavo di amicizia mi credevo un bravo, buono e vero amico ma dopo questa vicenda mi sono seriamente messo in dubbio.
Di sicuro come ho già fatto, rifletterò ancora e ancora fino a quando non sarò il ‘’vero amico’’ che vorrei essere.

 

Foto di
vjapratama su pexels

di Adele Pontegobbi

La prevenzione, quando si parla di dipendenze, rimane sicuramente la scelta migliore e può seguire strade diverse, anche se tutte lastricate con un fondo di informazione e conoscenza.
Questo vale anche per le dipendenze da internet, da videogiochi e in generale per quegli usi compulsivi che si possono fare degli strumenti digitali. Soprattutto per noi adulti che ci troviamo in una relazione educativa con bambini e preadolescenti, sia essa un rapporto genitore/figlio, o docente/alunno, conoscere i dispositivi, le applicazioni, i videogiochi, gli strumenti di parental control, fornisce una marcia in più se dobbiamo dare dei consigli e non ci fa percepire dai ragazzi come dei matusa digitali.
I siti tenuti da esperti del settore sono moltissimi, soprattutto quelli di insegnanti che segnalano risorse web gratuite da utilizzare con i ragazzi per rendere più interattiva e coinvolgente la didattica, se invece parliamo di videogame, beh, tra pagine web e canali di youtuber potremmo addirittura perderci.

Il sito che vogliamo segnalarvi oggi si rivolge a bambini e ragazzi fino a 13 anni e a tutti gli adulti interessati ai suddetti temi digitali. Si chiama Mamamò (Crescere con i nuovi media), ha dietro una omonima associazione culturale e si presenta così: “Un portale dedicato all’educazione digitale di bambini, ragazzi e adulti. Recensioni di app, ebook, videogiochi, canali video, film e serie tv e notizie su media education e tecnologia under 13″.
La redazione è composta da esperti di vari settori: psicologi, giornalisti, insegnanti, specialisti nella creazione di contenuti digitali e dei videogiochi, che propongono recensioni di app, di video e canali Youtube, di videogiochi, ma anche di ebook e libri cartacei. Il risultato è un sito di qualità, certificato anche dal prestigioso Premio Andersen come miglior progetto sul digitale del 2018.

C’è inoltre una sezione sull’educazione digitale indirizzata ai genitori ed insegnanti, che offre una guida per le buone pratiche e offre spunti e consigli su temi rilevanti per i più giovani, dentro e fuori dall’ambiente scolastico, sotto l’etichetta “Cyberbullismo” o “Social”.

Vengono affrontati i diversi volti dei social media di cui sentiamo parlare tutti i giorni e sui quali viene fatta chiarezza anche prendendo in oggetto gli studi più recenti. Nella categoria “Sicurezza” invece, tante indicazioni per i genitori che vogliono installare un parental control sul device usato dal figlio/a e articoli che mirano ad avere informazioni serie (e a dissolvere inutili sensazionalismi), su temi come la dipendenza da videogiochi o le terribili sfide on line, che potrebbero portare i ragazzi ad avere atteggiamenti pericolosi e autolesionisti.
Per gli insegnanti, nella categoria “Scuola”, vengono suggerite risorse da usare in classe: troverete articoli su come utilizzare i telefoni o i tablet dei ragazzi per attività educative, in stile Bring your own device, o su come la tecnologia possa supportarci nel lavoro con i disturbi specifici dell’apprendimento.
Se siete particolarmente digiuni sul tema dei videogames non preoccupatevi, troverete sul sito un utilissimo glossario che vi farà fare un figurone con i vostri figli ed alunni!!

Di Dr Ivan Ferrero
Psicologo delle Nuove Tecnologie

Fortnite, Clash Royale, Clash of Clans, Call of Duty, GTA, croce e delizia di noi adulti.
Se da una parte ci fanno comodo, perché grazie a loro i nostri ragazzi stanno buoni davanti allo schermo, dall’altra generano non poche preoccupazioni, quando avvertiamo che il nostro ragazzo ne sta abusando.
A questo aggiungiamo i toni allarmistici dei mass media, che vedrebbero in questi giochi il nuovo Satana, l’impreparazione di noi adulti nei confronti di questi temi, e la frittata è fatta.
Del resto non sorprende: come esseri umani amiamo la prevedibilità e le cose conosciute, e guardiamo con estremo sospetto ciò che non conosciamo.
Come accadde un po’ di tempo fa’, quando un gruppo di genitori nella città di St Louis, USA, lanciarono un allarme attraverso i giornali locali per via di una nuova tecnologia, che stava portando i loro figli verso un abbandono di attività fisiche e giochi per bambini, come il famoso “guardie e ladri”.
La nuova tecnologia in questione era la radio, ed eravamo nel 1906.
Eppure oggi nessuno attribuisce alla radio questo ruolo così rovinoso. Anzi, di fronte alla multimedialità spinta degli ultimi decenni, molti nostalgici resistono strenuamente in difesa di questo medium, tanto da vedersi dedicata una canzone dai mitici Queen, in cui addirittura le si implora di non scomparire, auspicando anzi un ritorno in auge. Niente male per uno strumento che avrebbe dovuto portare alla rovina i nostri ragazzi!
Un’altra cosa che noi esseri umani sappiamo fare benissimo è dimenticare.
Siamo così bravi a dimenticare che, fino ad ora, non abbiamo ancora inventato una tecnologia altrettanto evoluta. E così non ci ricordiamo dell’episodio del 1906 appena citato, né di quando i genitori dichiaravano la musica di Elvis Presley come più dannosa della bomba atomica, né del ruolo distruttivo e alienante che veniva attribuito alla televisione.
E infatti oggi ci risiamo: i videogiochi fanno male, rovinano i nostri ragazzi, istigano al cyberbullismo, rendono i nostri cuccioli violenti.
Tutto questo nonostante le ricerche indichino l’esatto opposto, ma tanto non ci importa, perché in questa Era della Post-Verità non conta ciò che è vero, ma ciò che io ritengo sia vero.
Analizzando la situazione con un po’ di spirito critico vediamo una realtà diversa.
I videogiochi istigano realmente al bullismo?
Nella mia attività professionale (sono uno psicologo) incontro spesso genitori preoccupati perché il loro figlio è stato “bullizzato” in un videogioco: i suoi compagni lo hanno escluso dal gruppo di gioco, e si beffano di lui a scuola.
Vi ricordate la nostra capacità di dimenticare, di cui abbiamo parlato poco sopra?
Abbiamo dimenticato di quei ragazzi che venivano esclusi o addirittura beffati, perché non capaci nel gioco del calcio, oppure in altri giochi da bambini?
Per quanto un nuovo medium generi nuove sfide, non stiamo forse confondendo per causa ciò che in realtà è un semplice canale?
I videogiochi rendono veramente i nostri ragazzi violenti?
Qui il quadro si fa più complesso e sfumato, in quanto la risposta secca sarebbe un “Sì, dipende”.
Le ricerche hanno trovato una certa corrispondenza tra frequenza di utilizzo dei videogiochi con contenuti violenti e grado di aggressività del ragazzo, ma fino ad ora sono state in grado di restituirci solo una “fotografia” della situazione, non essendo in grado di dirci cosa è nato prima.
Anzi, recenti ricerche sono sempre più concordi sul fatto che non è il videogioco a rendere violenti, ma è il ragazzo che trova nel videogioco la possibilità di esprimere e scaricare un’aggressività, che è già presente in lui.
I videogiochi comportano nei nostri ragazzi un isolamento dalla società?
In questo tema rientra l’argomento ormai diffuso degli Hikikomori, ossia di quelle persone, spesso giovani, che si estraniano dalla società per trascorrere le loro giornate in totale o quasi isolamento nella loro cameretta. Spesso questi ragazzi trascorrono le loro ore davanti ai videogiochi.
Eppure il fenomeno è studiato in Giappone sin dagli anni ’80, quindi abbondantemente prima dei videogiochi come li conosciamo oggi e di Internet.
Inoltre, questi ragazzi nella loro camera non si limitano a giocare, ma leggono, guardano video, ascoltano musica, alcuni crescendo riescono anche a trovare fonti di guadagno online.
In questo quadro l’elemento digitale non è causa, ma è un mezzo attraverso il quale questi reclusi passano il tempo; in alcuni casi diventa anche un utile strumento che gli permette di rimanere in contatto con il mondo, e quindi mantenere ancora una finestra di speranza verso una risoluzione.
I videogiochi rendono veramente i nostri ragazzi dipendenti?
Questo è un altro tema ancora controverso. Sebbene l’OMS abbia tentato di formulare un Gaming Disorder da inserire in una prossima versione del DSM, è stata immediatamente criticata da numerosi ricercatori, tanto che la stessa Organizzazione ha accettato di prendersi del tempo per rifletterci.
Questi ricercatori contestano il fatto che il digitale possa sviluppare una forma di dipendenza, altrettanto fisiologica e forte, come quella generata dall’assunzione di sostanze:
Il videogioco non comporta l’introduzione nel nostro organismo di sostanze, come avviene per le sostanze stupefacenti, la nicotina o l’alcool, per cui la spinta verso una reale dipendenza potrebbe essere molto più blanda
Le scariche di dopamina rilevate durante l’utilizzo dei mezzi digitali potrebbero essere di potenza nettamente inferiore, fino al punto da non essere in grado di generare quell’accumulo che porterebbe poi alla dipendenza
Eppure alcuni ragazzi mostrano i segni della dipendenza, ed è qui che sta la trappola: stiamo parlando di un comportamento, la cui causa potrebbe non stare nel videogioco.
Del resto ci basta ricordare (ebbene sì, ancora la memoria!) di quando noi a scuola ci annoiavamo e, per passare il tempo, improvvisavamo attività che svolgevano sottobanco.
E quindi?
Già, ma allora come stanno realmente le cose?
Il dibattito è ancora aperto, la palla al centro, sebbene pare che il possesso di palla propenda verso l’assoluzione dei videogiochi e ci chieda di focalizzarci su cosa realmente sta accadendo ai nostri ragazzi: una società che non è più in grado di garantire dei punti di riferimento, una Scuola che non è più al passo con i tempi, genitori che non sono più in grado di svolgere il loro ruolo educativo, preferendo diventare amici dei loro figli.
E poi abbiamo il lato della luce, quella Forza luminosa e buona che ci allontana dal Lato Oscuro.
Abbiamo videogiochi che aiutano a studiare le malattie mentali, videogiochi che insegnano la matematica ai bambini, altri che sono dei veri e propri libri di storia (avete mai giocato ai primi Assassin’s Creed?), oppure che insegnano ai nostri bambini a riciclare o a non sprecare l’acqua.
Forse non tutto è perduto, forse l’unica vera nostra soluzione è lasciare un po’ più di spazio ai giovani, per imparare da loro una tecnologia che per noi è ancora fuori dalla nostra forma mentis.

Dr Ivan Ferrero
Psicologo delle Nuove Tecnologie

I nostri ragazzi si divertono a sparare e uccidere i loro coetanei in massa finché non ne rimane solo uno, si intrattengono guardando film di dieci minuti, imparano a cantare e ballare sovrapponendosi ai loro beniamini, spiano costantemente la vita delle altre persone, acquistano abiti estrosi con i soldi guadagnati giocando.

I nostri ragazzi non acquistano: shoppano.
Non vanno a caccia di risorse: farmano.
Non combattono: fightano.
Non uccidono: killano.
Non fanno scherzi: trollano.
E i maschi non diventano amici di una ragazza: vengono friendzonati, espressione tanto terribile da pronunciare quanto terribile da vivere, in quanto vuole dire che la tanto desiderata ragazza non te la darà mai, perché ti ha eletto a suo amico e confidente.

Tutto questo avviene in un mondo che non esiste se non nelle nostre percezioni, una realtà immaginata in cui tutto fluttua senza spazio e senza tempo.
Una realtà impalpabile ma dagli effetti assolutamente reali, come i soldi che si spendono in questo spazio, in cui un insulto o un malinteso possono sfociare in reazioni violente per sé e per gli altri.

Cosa ancora peggiore, questo Universo appare precluso alle vecchie generazioni, proprio coloro che dovrebbero vigilare sulla salute dei ragazzi e garantire loro ambienti sani e con regole ben precise di convivenza.
Noi della vecchia guardia troviamo spesso difficile vivere in un mondo così evanescente, in cui tutto permane ma viene anche dimenticato alla stessa velocità e con la stessa certezza.
Ai nostri occhi appare un mondo privo di ogni elemento della realtà, come noi siamo stati abituati a concepirla, in cui ogni cosa è opinabile e lasciata alla libera interpretazione del singolo.

Allora è inevitabile la reazione di chiudere tutto quanto, di tentare di staccare la spina per togliere vita a tutto questo, come se il gesto bastasse a cancellare un intero Universo, in realtà così capace di mutare e adeguarsi che oramai è qui per restare.

Eppure questo luogo tanto strano quanto maledetto non è nato né per caso e né da un giorno all’altro: è un mondo costruito, pianificato, e che sin dai suoi primi albori ha mostrato una straordinaria capacità di evoluzione, tanto che il Digitale come lo conosciamo oggi non è il Digitale come lo avevano concepito i suoi fondatori, né sarà il Digitale che vivranno i nostri nipoti.

A differenza del mondo che ci circonda da milioni di anni, che ci è stato donato dalla Natura, da leggi fisiche oppure da un’Entità Divina a seconda delle nostre credenze, questo Nuovo Mondo è un artefatto creato da una generazione e passato alle generazioni successive.

Esattamente come è sempre accaduto nella storia dell’Uomo, sin dai tempi del fuoco e probabilmente anche prima: una generazione costruisce un nuovo strumento, la nuova generazione sin dall’infanzia prende familiarità con lo strumento e impara a padroneggiarlo con disinvoltura, e nell’età adulta hanno acquisito così tanta dimestichezza da poterlo evolvere in altro.

Tutto questo non è mai avvenuto senza intoppi né criticità: ogni nuovo strumento ha presentato nuove sfide che l’Essere Umano ha dovuto imparare a risolvere, o almeno a gestire.

Così il fuoco è in grado di bruciare interi villaggi, e l’elettricità può uccidere un uomo in un istante.
Eppure non ci siamo fermati: abbiamo imparato a controllare il fuoco e a canalizzare la potenza distruttiva dell’elettricità.

Perché allora dovremmo spegnere il digitale?
Se davvero siamo così tanto terrorizzati da questo strumento, probabilmente è perché ne intuiamo la sua potenza.
Perché mai allora dovremmo privare le prossime generazioni di uno strumento così potente da essere in grado di accelerare la ricerca scientifica contro le malattie, oppure che permette all’uomo di rimanere in contatto con l’intero genere umano generando quel senso di unità tanto desiderato per millenni, o ancora che garantisce ai nostri figli una memoria senza precedenti?

Perché dovremmo imporre al Digitale una sorte che non abbiamo mai riservato per alcun altro strumento creato da noi?

Abbiamo imparato a controllare il fuoco, a canalizzare l’energia elettrica: perché non possiamo imparare a vivere questo nuovo mondo?

Se non vogliamo farlo per noi stessi, facciamolo almeno per i nostri figli.

 

Teo Benedetti e Davide Morosinotto, entrambi esperti di nuove tecnologie e autori di libri per ragazzi, hanno scritto questo delizioso manuale per giovanissimi (e non solo) che ci guida in modo divertente e accattivante nel favoloso mondo della rete, un mondo pazzesco e tutto da esplorare!
Ti piacerebbe capire la differenza tra un social pubblico e uno privato? Vuoi sapere perché “internet è per sempre”? O preferisci imparare a smascherare un cyberbullo? Questo è il libro che fa per te! Puoi leggerlo a pezzi, dalla fine all’inizio o dall’inizio alla fine…la decisione è tua! Troverai sicuramente qualcosa che colpirà il tuo interesse. Se poi il libro ti è piaciuto parlane con gli adulti che hai intorno: insegnanti, educatori, genitori…e digli di leggerlo! Anche gli adulti intorno a te hanno bisogno di capire cos’è la rete, come si usa e quanto è importante conoscerla bene per godere davvero della sua potenza!
In questo piccolo manuale troverai tante illustrazioni e vignette che parlano di te e dei tuoi amici e di tutti noi che siamo quotidianamente connessi. Puoi comprarlo in libreria, fartelo regalare oppure andare nella biblioteca della tua città e prenderlo in prestito gratuitamente!
I due autori, due tipi davvero in gamba, nell’ultimo capitolo ci dicono qualcosa su cui riflettere, sia soli che insieme:
“La rete è utile, è divertente ed è fantastica…
ma il mondo esterno lo è ancora di più”!!!

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Articolo di Francesca Piervenanzi

Prima Pagina non è solo il nome della testata giornalistica che state consultando, in questo momento.

Prima Pagina è un progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Politiche per la Gioventù, che mira a sensibilizzare i giovani sulle problematiche inerenti il mondo delle dipendenze (da droghe, alcool, gioco d’azzardo, internet, videogiochi, disturbi dell’alimentazione, doping ed altro). Ma non solo. Il progetto vuole rendere i ragazzi non soltanto destinatari della campagna di sensibilizzazione, ma fautori dell’opera di divulgazione sociale e culturale sui disagi provocati dalle dipendenze. Per far questo, sono stati organizzati in tre regioni italiane (Lombardia, Toscana, Campania) laboratori che hanno per tema il mondo delle dipendenze: esperti educatori, in questi mesi, stanno formando alcune centinaia di ragazzi (dai 10 ai 18 anni) in un percorso che passa anche per l’ascolto di toccanti testimonianze, da parte di persone che hanno vissuto il dramma di una tossicodipendenza; in tali laboratori si utilizzano in prima battuta dei blog, in seguito la vera e propria testata giornalistica “Prima Pagina” su cui i ragazzi, ormai adeguatamente “formati”, possono pubblicare concetti, nozioni, notizie, approfondimenti, inchieste, interviste, diventando essi stessi divulgatori di queste tematiche per i loro coetanei e per gli adulti che li leggeranno. E allo stesso tempo apprendendo i rudimenti del mestiere difficile, ma fondamentale, del giornalista.

Come potete vedere consultando la home page di questo sito, vi sono articoli e contributi di ragazzi delle scuole medie (dunque dai 10 ai 14 anni) delle tre regioni considerate, e articoli di ragazzi più grandi (aventi dai 15 ai 18 anni) che si riuniscono in cosiddetti “gruppi informali” (associazioni, oratori, piazzette, cortili) nelle tre regioni considerate, sempre guidati dagli educatori.

Si ritiene che per entrambe le categorie (scuole medie e ragazzi più grandi), i laboratori rappresentino un’occasione di sensibilizzazione; per le scuole medie, prevale la dimensione della prevenzione e della pubblicazione di post sui blog e di articoli semplici; per i più grandi, prevale la dimensione della conoscenza (di un fenomeno che già afferisce alla vita quotidiana di, purtroppo, tanti loro coetanei) e della pubblicazione di contenuti editoriali di buon livello, su questo sito.

Accanto a tali contenuti, che rappresentano le fondamenta di questo progetto educativo, il direttore di Primapagina.org Michele Piastrella, la caporedattrice Adele Pontegobbi e altri collaboratori pubblicheranno numerosi articoli, inchieste, approfondimenti, interviste, recensioni: questo giornale ambisce ad essere oggi e negli anni a venire un importante punto di riferimento sul tema delle dipendenze giovanili, e più in generale sul tema del disagio giovanile; un faro che possa illuminare quanti sono nel tunnel e quanti scorgono nei loro cari atteggiamenti preoccupanti, spie di problemi più gravi quali le dipendenze. Prima ancora, Prima Pagina mira ad essere un importante strumento di formazione e prevenzione continua rivolto ai giovani e tutti coloro che sono accanto a loro, cercando di entrare nell’universo giovanile attraverso la voce dei giovani stessi.

Stay tuned!

ENTE CAPOFILA DEL PROGETTO: CONSORZIO CGM (MILANO)

COOPERATIVE PARTNER, OPERANTI SUI TERRITORI: SPAZIO APERTO SERVIZI (MILANO), EDA SERVIZI (FIRENZE), CG PROGRESS (SALERNO)

DIRETTORE PRIMAPAGINA.ORG: MICHELE A. PIASTRELLA

CAPOREDATTORE: ADELE PONTEGOBBI