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Beautiful Boy: magnifico e straziante film sulla tossicodipendenza

Un bellissimo film, toccante, profondo e straziante, che è uscito al cinema nel 2018.

Stiamo parlando di “Beautiful Boy”, diretto da  Felix Van Groeningen e interpretato da Steve Carell e Timothée Chalamet. Questi ultimi due interpretano un padre e figlio molto legati, che finiranno con l’esserlo sempre più, a seguito dei problemi di dipendenza del giovane protagonista.

E’ la storia di Nick, giovane e bellissimo ragazzo a cui, davvero, sembra non mancare nulla. E’ sempre stato bello e brillante, ma precipita nell’incubo della tossicodipendenza. Soprattutto metanfetamina, ma all’occorrenza anche eroina.

Nick si fa aiutare da suo padre, un giornalista che davvero fa di tutto, diremmo fa l’impossibile per aiutarlo. Il film esamina molto bene la distruzione che la droga crea nel fisico e nell’anima di chi ne fa uso e la necessità, per il tossicodipendente, di farsi aiutare. Inoltre, molto interessante è il rapporto padre-figlio e l’importanza, quando si cade nel baratro della tossicodipendenza, di poter contare su un genitore responsabile.

Steve Carell è noto per molti ruoli comici, ma in questo film offre un’eccellente prova drammatica. Il giovane Timothée Chalamet è assolutamente eccezionale: aveva già mostrato il suo talento nel film “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino (che gli è valsa la nomination all’Oscar). Con “Beautiful Boy”, Chamalet è stato, invece, candidato al Golden Globe, al premio BAFTA e allo Screen Actors Guild Award per il miglior attore non protagonista.

Poco prima dei titoli di coda, viene sovrimpressa un’agghiacciante didascalia: “la droga è la prima causa di morte negli Stati Uniti, per le persone sotto i cinquant’anni”.

Film come questo, fanno comprendere quanto grave e difficile sia la lotta contro le sostanze stupefacenti e quanto importante sia la prevenzione tra i giovani. Sempre più importante.

Secondo dati relativi al 2017, circa il 70% dei millennials (i ragazzi che sono nati dopo l’anno 2000) va su youtube per imparare qualcosa. I dati sono stati forniti da google, che, com’è noto, è proprietaria di Youtube: trovate i dati completi della ricerca a questo link

Cosa imparerebbero, dunque, i ragazzi quando navigano su youtube? Di tutto! Da come truccarsi a come imparare a suonare la chitarra, da come rammendare un vestito a come risparmiare su un acquisto. E ancora, come imparare le materie scolastiche servendosi solo di risorse su internet. E così via.

Chiaramente, molti tutorial sono sul gaming, dunque su qualcosa attinente gli hobby ed il tempo libero. Tuttavia, i dati forniti da google sono confortanti: i ragazzi non perdono tempo quando navigano, anzi imparano cose nuove.  Ogni giorno si registrano centinaia di milioni di visualizzazioni che hanno contenuto educativo e di apprendimento.

Il successo dei tutorial, come anche accennato nella ricerca di google, sta nel modo in cui essi sono realizzati: linguaggio informale e uso della prima persona e, soprattutto giovane età dello youtuber che realizza il video, visto dai suoi ascoltatori come “uno di loro”.

In generale, youtube ed instagram devono il loro successo alla prevalenza delle immagini e del parlato, che risulta vincente per i ragazzi giovani, cresciuti in una società di immagini: tra queste immagini e video, i ragazzi cercano di barcamenarsi, alla ricerca di contenuti interessanti.

Vi è mai capitato di iniziare a guardare una serie TV su piattaforme streaming come Netflix, Prime Video o NowTV e di starci inchiodati magari tutto il pomeriggio per arrivare alla terza stagione alle 10 di sera? Se sì, avete sperimentato cosa significhi essere dipendenti da una serie TV. Se devo essere sincero, è capitato anche a me, mi sono letteralmente “drogato” di una serie e quando ho scoperto di aver speso più di 15 ore complessive davanti al monitor per giungere alla sua fine, mi sono spaventato e vergognato al tempo stesso. Questa dipendenza sta diventando sempre più frequente, coinvolge età davvero diverse e, al momento, i grandi titoli di streaming non stanno prendendo provvedimenti utili a limitare il fenomeno. Un’ idea sarebbe quella di impostare un timer obbligatorio, come sta pensando di fare la famosa YouTube, almeno per i più giovani, che spesso buttano il loro tempo a fantasticare su storie immaginarie piuttosto che investirlo anche nella realtà. Il segreto, probabilmente, è trovare un equilibrio tra vita vera e vita virtuale e sviluppare la capacità di sapersi porre dei limiti.
Un’altra soluzione potrebbe essere quella di guardare le serie seguendo le puntate televisive, di modo da guardare un episodio a settimana.
Il fenomeno consistente nel guardare tantissimi episodi di una serie o di un programma a puntate prende il nome di “Binge Watching”, traducibile in italiano con “Maratona Televisiva”. La sua evoluzione, dice Wikipedia, è il “Binge Racing” che consiste nel guardare un’intera serie tv in sole 24 ore. Da un punto di vista psicologico il desiderio di guardare il monitor così a lungo ha origine da una reazione chimica cerebrale simile a quella che si scatena attraverso l’assunzione di droghe o durante una seduta d’ipnosi e che favorisce il rilascio di endorfine, sostengono i ricercatori Robert Kubey e Mihaly Csikszentmihalyi.
Lesley Lisseth Pena, nel 2015, si è interessata al fenomeno della dipendenza da serie tv elaborando e somministrando alcune interviste con l’obiettivo di creare l’identikit del “dipendente-tipo”. Le sue conclusioni sono state che i binge-watchers sperimentano una spinta interna di tipo compulsivo data dal vedere un episodio dietro l’altro, sentono il craving, cioè l’intenso desiderio di vedere l’episodio successivo e dedicano una notevole quantità di tempo alla visione del programma preferito, spesso a discapito di altre attività.
I risultati della letteratura sull’argomento fanno pensare al binge-watching come ad un fattore di rischio, perchè in alcuni soggetti può favorire l’insorgenza di una sintomatologia ansioso-depressiva, l’obesità e l’eccessiva stasi.
Nell’ottobre 2018, la clinica SHUT, situata all’Istituto Nazionale di Salute Mentale e Neuroscienze (NIMHANS) di Bangalore, in India, ha avuto in cura un uomo di 26 anni che ha dichiarato di essere stato dipendente da Netflix per più di sei mesi. La sua abitudine compulsiva causava affaticamento, stanchezza degli occhi e cicli di sonno irregolari.
Il capo della clinica SHUT, ha detto che guardare in maniera compulsiva gli show ha aiutato il paziente a dimenticare le sue preoccupazioni mentre si trovava in una situazione economica difficile.
E’ necessario autoimporsi dei limiti e la cosa coinvolge tutte le età, giovani e adulti, maschi e femmine indifferentemente.

Davide Lijoi, 2B, Scuola Dalmazia, Milano

Vi sottoponiamo alcuni articoli:

“Un 14 enne di Bordighera è stato colto da una crisi di nervi quando il padre gli ha spento la “Play Station” e subito dopo ha iniziato a prendere a testate il muro della cameretta. Il genitore si è impaurito e ha dovuto chiamare i medici del 118 per essere aiutato a calmare il ragazzo. Al ragazzo è stata certificata una crisi isterica e, dopo essere tornato alla calma, è stato redarguito per la reazione spropositata. 
Il padre di un ragazzo lo ha invitato a spegnere la play station e ad andare a letto. Il figlio, lo ha ricattato: “Se provi a spegnermi il gioco prendo a testate il muro”. Poiché il padre ha effettivamente chiuso la console, il figlio ha iniziato a gridare e a dare in escandescenze, battendo la testa contro il muro.”
TG.COM

“L’adolescente non riusciva a stare lontano dal pc con cui si divertiva, alternandosi con il fratellino. Una punizione inaccettabile per lui quella di non accendere il video e “navigare”. Così ha litigato con il padre e, nonostante la madre abbia tentato di dividerli, il ragazzo con un coltellino multiuso che aveva in tasca per fare dei lavoretti ha ferito il genitore all’inguine sinistro.”
La Nazione – Siena

Che cosa causa questa forte dipendenza?

E’ stato dimostrato che l’uso di videogiochi violenti comporti un aumento delle condotte aggressive. Mentre in passato si sparava attraverso il monitor a personaggi minacciosi o ad oggetti, ora nei videogame si assiste a violenza gratuita, come ad esempio aggredire semplici passanti, investire pedoni con l’auto, picchiare altra gente senza motivo. La lunga esposizione a questo genere di stimoli fa diventare tutto un’abitudine, qualsiasi genere di violenza diviene “normale” e la disconnessione  dalla vita sociale, l’immersione in un mondo virtuale fatto solo di violenza rivolta a chiunque crea solitudine, chiusura ed alimenta odio e rabbia. Si può, in alcuni casi, iniziare a scambiare la vita reale con il mondo virtuale e alcuni azioni giornaliere diventano difficili da compiere, la relazione con le persone e soprattutto la famiglia diventa non-esistente.
Fortunatamente, si sta cercando di istruire i giovani ad un utilizzo consapevole e responsabile dei giochi, dei social e dei dispositivi.

Elizabeth Mejia, Lara Brenna, Yngrid Alejo.
2B, Dalmazia, Milano.

Fonte immagine

E’ notizia di pochi giorni fa che uno studio legale canadese si è fatto carico di una class action contro la Epic Games, casa di produzione del celeberrimo videogioco Fortnite.
Alla base della denuncia vi è l’idea che Fortnite provochi dipendenza. A pensarlo sono un gruppo di genitori canadesi, che ha avviato, tramite lo studio legale, una class action contro il videogioco.
Queste le dichiarazioni dell’avvocato Alessandra Esposito Chartrand, dello studio Cale Legal: “Quando Epic Games ha sviluppato Fortnite, per anni e anni ha assoldato psicologi per scavare in profondità nel cervello umano e spendere tutti i possibili sforzi per rendere il gioco il più facile possibile a creare dipendenza. Erano a conoscenza di tutto questo e che sarebbe stato orientato soprattutto verso i più giovani”.
In particolare, a creare la class action sono stati i genitori di due ragazzi di dieci e quindici anni che sono diventati dipendenti da Fortnite, secondo l’accusa, perchè la Epic Games non avrebbe avvertito i fruitori del pericolo di assuefazione.
“Non ho mai visto un gioco che abbia un tale controllo sulle menti dei bambini”, afferma intanto l’esperta Lorrine Marer, una specialista della dipendenza da gioco. “Una volta che sei agganciato a questo gioco, è difficile smettere”.
Fortnite è stato sviluppato nel 2017. Propone tre modalità di gioco: Salva il mondo, Modalità Creativa e Battaglia reale. La modalità “Salva il mondo” è ambientata dopo un’apocalisse che ha ucciso il 98% della popolazione mondiale, in una Terra abitata anche da alieni. E’ possibile cooperare fino a giocatori.
Fortnite “Battle Royale”, invece, viene rilasciato gratuitamente (free-to-play).

Mia e il Leone Bianco

• DATA USCITA: 17 gennaio 2019
• GENERE: Drammatico, Family
• ANNO: 2018
• REGIA: Gilles de Maistre

“Mia e il Leone Bianco” è un film di genere drammatico. La famiglia di Mia si è da poco ritrasferita in Sud Africa: l’idea di papà John è quella di dedicarsi all’allevamento dei leoni a scopo turistico. Inizialmente traumatizzata dall’aver lasciato l’amata Londra, Mia si affeziona presto a Charlie, un leone bianco per il quale prova affetto anche suo fratello Mick. Un triste destino attenderebbe Charlie, che crescendo insieme a Mick e Mia, diventa sempre meno probabile come animale domestico, però non è detto che Mia si rassegni tanto facilmente a lasciarlo andare…

Se il pregio migliore del film fossero soltanto gli incantevoli paesaggi del Sud Africa, avrebbe poco da offrire. Mi è piaciuto molto come il regista De Maistre ha scommesso tutto su una carta imprevedibile: l’uso di un leone reale nelle scene che prevedono la sua interazione con gli attori senza l’utilizzo di alcun effetto digitale. Charlie nella realtà è Thor ed è cresciuto davvero insieme all’ attrice che interpreta Mia, sotto lo sguardo attento dello zoologo Kevin Richardson.
Uno degli scopi principali di Richardson è proteggere alcune specie da un metodo di caccia spregiudicato ben descritto nel film. Da questo elemento sgorga una tensione tra padre e figlia che colpisce chi guarda il film.
Secondo me il regista con questo film vuole far ragionare quante più persone possibili sulla mancanza di tutela che alcune specie animali hanno.
In questo caso, per guadagnare soldi, i protagonisti del film avrebbero privato l’intera umanità di una specie bellissima, oltre che molto rara.

Franco Gatti è uno dei componenti dei “Ricchi e Poveri”, storico gruppo musicale italiano che, soprattutto tra gli anni ’70 e ’80 ha mietuto straordinari successi. Alcune canzoni del gruppo sono diventate vere hit internazionali, rendendo i Ricchi e Poveri uno delle band italiane più note all’estero.

Pochi anni fa, purtroppo, Franco Gatti ha vissuto un forte dramma nella sua famiglia. Suo figlio Alessio, appena 23 anni, è morto a seguito di un mix tossico di eroina e alcol.

Era il 2013 e la notizia ha fatto scalpore, anche per la notorietà di Gatti. Il quale, tuttavia, sin dall’inizio ha aspramente criticato giornali e tv che parlavano di suo figlio come di un “tossicodipendente”.

Gatti continuava a ripetere che suo figlio non era un “drogato”. E, alla fine, gli esami autoptici gli hanno dato ragione. Secondo i referti, infatti, il cocktail di eroina e alcol è stato letale per il giovane Alessio soprattutto perché si trattava della prima assunzione di droga nella sua vita. Il fisico di Alessio non ha retto alla quantità di sostanze tossiche penetrate nel suo corpo: causa ufficiale della morte è stata un infarto.

A seguito del rilascio dei referti autoptici, Franco Gatti ha dichiarato: “Avevo ragione, mio figlio non era un drogato e l’esito di questi accertamenti lo conferma. Mio figlio ha fatto una cazzata, la prima della sua vita, con gli stupefacenti e in un momento in cui non stava bene. L’ha pagata così”

La triste storia di Alessio Gatti fa comprendere quanto sia insidiosa la droga e quanta poca informazione ci sia al riguardo. I giovani che, purtroppo, si avvicinano a queste sostanze per la prima volta, possono rischiare anche di più dei tossicodipendenti più “esperti”, non conoscendo a fondo la pericolosità delle sostanze e il loro stesso fisico. Ancora una volta, evidenziamo anche la sottovalutazione che la società compie nei confronti dell’alcol, che spesso viene utilizzato per “accompagnare” altre sostanze tossiche, ma può essere invece più tossico delle sostanze stesse.

 

Tutti lo conoscono!

J-Ax è un rapper apprezzato da tanti, anche dai più giovani, per le sue canzoni orecchiabili e i suoi testi in rima.

Nato a Milano nel 1972 come Alessandro Aleotti, è considerato uno dei grandissimi protagonisti della scena rap italiana degli ultimi 30 anni. Avete letto bene: è sulla cresta dell’onda da quasi 30 anni: un’epoca lunghissima per il genere rap, le cui canzoni, talvolta, tendono ad essere molto legate all’attualità e poco ricordate a distanza di anni. Non è così per il mitico Ax…

Ma la carriera del rapper milanese è stata costellata, in realtà, di luci ed ombre: e le luci, per fortuna, sono all’inizio e alla fine. In mezzo, un brutto periodo di cui J-Ax ha recentemente parlato, in un’intervista.

Il famoso rapper J-Ax è stato in passato dipendente dalla droga e dall’alcol e ha smesso grazie alla donna che ora è sua moglie.

J-Ax è il suo pseudonimo (J sta per Joker, suo personaggio preferito dei fumetti, Ax sta per Alex, diminutivo del suo nome), con cui tutti lo conosciamo. Come conosciamo il suo celebre gruppo, “Articolo 31”, formato da lui e da DJ Jad. Nel 1992 esce il loro singolo di debutto, “Nato per rappare/6 quello che 6”; tra il 1993 e il 1996 gli Articolo 31 ottengono un successo enorme, con canzoni come “Tranqi Funky” e “Ohi Maria”.

Ma poi, dopo gli sfolgoranti anni ’90, ha inizio il periodo buio di J-Ax. Aveva paura che la sua carriera andasse in frantumi e a poco a poco è diventato schiavo della droga.

In un’intervista ha dichiarato: “Avevo avuto un successo incredibile. Quando è iniziata la discesa, mi sono ritratto nell’alcol e nella cocaina. Sono diventato un drogato. Drogarsi è come chiedere un po’ di pace alla morte. A 29 anni mi sentivo vecchio e mi devastavo un cocktail, una botta. Facevo cose folli”.

Neanche a dirlo, in quegli anni esce un singolo di successo degli Articolo 31, intitolato “Domani smetto”…

Grazie all’incontro con Elaina Coker che oggi è sua moglie, con cui ha avuto un figlio è cambiato tutto: “Lei è americana, ma ci siamo conosciuti a Milano ad una cena. Ho cominciato ad uscire solo per vederla. Abbiamo cercato emozioni lontano dalla droga”.

Ed è così, grazie all’amore e alla disintossicazione dalle droghe, che la stella di J-Ax ha ripreso a brillare! Negli ultimi anni il rapper, ritrovata la serenità, ha ripreso a sfornare successi straordinari, conquistando i cuori e le orecchie dei giovanissimi ascoltatori di oggi e, in pratica unendo generazioni di genitori e figli con la sua musica

 

Scritto da Ale393

Al giorno d’oggi sono tanti i casi in cui ragazzi, dall’età variabile di 12/14 anni, iniziano a fare uso di droghe. Quasi tutti, per spiegare l’inizio, diranno “era solo per provare”, ma non capiscono che quella prova può durare per mesi o anni.

Ci sono diversi motivi: la mancanza di interessi personali in grado di far provare emozioni piacevoli; gli amici sbagliati che influenzano negativamente, ma soprattutto un carattere debole. Bisogna essere coraggiosi e forti per dire di NO al gruppo degli amici che ti invita a fare certe nuove esperienze.

Possiamo dividere le droghe in: droghe “legali”, come fumo e alcool (ma solo per i maggiorenni); illegali di tipo pesante, come cocaina, eroina; quelle definite “leggere” come hashish, marijuana, e le cosiddette “droghe furbe” da discoteca. In base agli effetti che provocano distinguiamo droghe “su”, stimolanti ed eccitanti; droghe“giù”, calmanti e rilassanti; droghe del “viaggio” che causano una visione distorta della realtà.

Questi ragazzi che si drogano non capiscono che non stanno migliorando la loro vita con quei momenti di piacere, in realtà la stanno distruggendo. Chi si droga non pensa alle conseguenze: da quel momento la sua vita sarà più complicata e forse rovinata per sempre; per cominciare, viene emarginato da tutti e la droga lo seguirà ovunque come un’ombra. Andrà incontro ad altri problemi, crisi di astinenza , liti in famiglia, furti, carcere o ospedale. I ragazzi vogliono staccarsi dai genitori, sono infastiditi dalle regole date da essi. Troppe regole per i ragazzi, che amano la libertà. Inoltre, alcune canzoni di oggi invogliano i ragazzi a fumare. Magari vedono il loro cantante preferito e vogliono assomigliare a loro o meglio alla loro vita. Non dico che non possono ascoltare la musica che vogliono, ma solamente ci dovrebbe essere più attenzione da parte dei genitori. Magari una “controllatina” al telefono del figlio ci vorrebbe?😔

RECENSIONE PROGETTO “PRIMA PAGINA”:

“RAGIONE E SENTIMENTO”

Questo libro, scritto da Jane Austen, ambientato nell’Ottocento, narra della vita di una famiglia composta da quattro persone: la madre vedova e le tre figlie, Elinor, la più grande, Marianne, la mediana e, la più piccola, Margaret.

Elinor è una ragazza molto riservata, si comporta in modo razionale, nascondendo gran parte dei propri sentimenti. Al contrario, Marianne è una ragazza esageratamente espressiva e segue spesso il suo istinto, senza pensare. Margaret è una persona gioiosa e simpatica, che, tuttavia, non ha un ruolo incisivo nel romanzo. Il titolo si riferisce alle due ragazze, Elinor interpreta la parte di “RAGIONE”, Marianne, quella di “SENTIMENTO”.

La famiglia, dopo la morte del padre, rimasta senza nessuna proprietà, è costretta a cambiare casa. La madre e le tre figlie vanno a vivere in un cottage, che è una casa molto modesta ma, purtroppo, è tutto quello che si possono permettere. Durante la storia le ragazze si innamorano diverse volte e i loro intrecci amorosi sono alla base della avvincente trama.

Trovo che questo romanzo abbia un fascino e una profondità unici. La personalità di Elinor riflette la “ragione” del titolo: lei non ama mostrare i propri sentimenti, è una pensatrice razionale, che trattiene le proprie emozioni. E’ tuttavia coraggiosa, perché ha la forza di tenere fede a ciò che crede, anche quando le conseguenze portano sofferenza.

La personalità di Marianne è invece l’opposto di quella di Elinor. Lei rappresenta il “sentimento” del titolo, perché agisce seguendo il suo istinto, senza pensare o riflettere. Agli occhi della società del tempo, una persona che si comportava in questo modo era considerata sfacciata e sciocca. La via di mezzo tra i due estremi nel libro è rappresentata dalla terza sorella, Margaret, che non è né razionale e riservata, né esageratamente espressiva.

La forza di Jane Austen sta nel presentare delle donne che sanno pensare con la propria testa, in una società che era molto diversa da quella di oggi, dove l’essere femminile non aveva alcun diritto, ed era spesso costretto a sposarsi per interesse e non per amore.

Consiglio di leggere questo libro, perché ci trasporta in un’altra epoca, con una delicatezza e uno stile altissimi, abbracciando tutte le donne che hanno il coraggio di scegliere e usare la propria la testa.